venerdì 30 giugno 2017

Il teste Alfa (5)






Riassumiamo. Abbiamo scoperto (non certo una grande e nuova scoperta, ma comunque una verità ignorata da molti) che Alfa / Pucci sta all’origine della pista investigativa dei compagni di merende, alla cui fine (non Beta, ma Omega) sta Giancarlo Lotti.
E’ Pucci che per primo (2 gennaio 1996 – ma chissà poi chi era quel misterioso teste che venne sentito in questura il 28 dicembre 1995?) afferma di essere stato a Scopeti la presunta notte dell’omicidio.
E’ Pucci che per primo (9 febbraio 1996) fa il nome (quanto atteso dagli inquirenti!) di Pacciani e Vanni.
E’ Pucci che (stessa data) colloca se stesso e Lotti a Vicchio (non in coincidenza temporale con l’omicidio, ma tanto basta per dimostrare una conoscenza e frequentazione della piazzola da parte dei due compari).
E’ Pucci che (18 aprile 1996) afferma la compartecipazione del Lotti ai delitti di Giogoli e Baccaiano (e forse Calenzano).
Qui la serie si arresta, poiché, avendo Pucci chiarito che, per quanto riguarda i duplici omicidi precedenti a Scopeti, la sua conoscenza è solo de relato, a questo punto si inserisce a pieno titolo nella girandola di rivelazioni l’astro nascente di Lotti e brillerà fino alla sentenza di Cassazione, relegando – ma molto utilmente per la giustizia – il Pucci a ruolo di riscontro.
Allora, bisognerebbe capire perché il teste Alfa parla a rate, visto che è solo testimone e in nessun modo, come sostengono le diverse sentenze, coinvolto nei delitti. Per le confessioni (anch’esse a rate  e spesso discordanti tra loro) di Lotti, la sentenza di primo grado cerca di definire un iter che spieghi le diverse e contraddittorie dichiarazioni rese dal teste rispetto a quelle rese nello stato di indagato e poi di imputato, scegliendo di sposare esclusivamente l’ultima versione, ossia le dichiarazioni fatte in aula in sede di esame e controesame. Ci dice il giudice (pag. 26 della sentenza): “Tale premessa appare dunque doverosa, non solo ai fini di meglio capire la successione dei fatti, ma anche e soprattutto al fine di meglio valutare la credibilità del Lotti, posto che le sue prime ed intermedie dichiarazioni non sono sempre in linea con le ultime, perché allora il Lotti aveva avuto tutto l’interesse a dare una versione di comodo, dal quale risultasse la sua presenza sul posto ma non il ruolo realmente ricoperto: si spiegano così alcune inesattezze o contraddizioni rispetto alle dichiarazioni finali.” Se dovessimo applicare lo stesso metro alla testimonianza Pucci, otterremmo il risultato contrario, poiché, come già si è detto, in aula Pucci non ricorda nulla di quanto ha dichiarato in fase di indagine e, cosa più grave, ammette che “non se ne ricordava neanche prima”. Ma soprattutto, anche omettendo di cercare di capire perché Pucci, essendo perfettamente a conoscenza di chi fossero gli autori degli efferati delitti che avevano sconvolto l’Italia per più anni, abbia deciso di tacere perlomeno dal settembre 1985 al 2 gennaio 1996, rimane a mio parere inevasa la domanda: perché non dice tutto quanto sa già quel 2 gennaio in cui viene “incastrato” dal sapiente interrogatorio di Giuttari? Giacché non ha, affermerà il PM e confermeranno i giudici, alcune responsabilità penale personale nella vicenda, quindi nulla da temere?
Mi pare che la sequenza logico-temporale sia chiara a chi voglia vederla in maniera obiettiva. Riportiamoci alle frenetiche giornate d’investigazione di quella fine dicembre 1995. La Ghiribelli ha visto sotto la piazzola una macchina rossa, Lotti aveva una macchina rossa, ergo Lotti è un possibile testimone del delitto (l’ipotesi che ne sia l’autore non sfiora la mente degli inquirenti, che il nome del colpevole già lo sanno e stanno solo cercando complici o, al peggio, persone informate sui fatti). Ma nel pomeriggio vicino alla macchina rossa c’erano due uomini (così Chiarappa – De Faveri), ergo ci deve essere un altro testimone, un testimone che non può essere altri che lo storico compagno di girate Pucci. Infatti Pucci conferma di essere stato presente e di aver visto qualcuno. E’ quello che in questa fase si aspettano gli  inquirenti, il presunto testimone c’era (anzi, ce ne sono due) e ha visto qualcosa, ma ben poco, giacché è stato mandato via da due uomini. Questi due uomini non possono essere altri che Pacciani e il suo complice. Che poi il complice sia Mario Vanni è nell’ordine naturale delle cose, da quel famoso 26 maggio 1994 in cui lo sfortunato ex postino ebbe la cattiva idea di pronunciare la fatidica frase: “Io sono stato a fa’ delle merende co’ i’ Pacciani…” Al secondo interrogatorio, il 23 gennaio, Pucci, pur tra molte incertezze (“io vidi due persone; se poi uno dei due fosse proprio il Vanni, non sono sicuro”) conferma (e con questa conferma, almeno per quanto riguarda Scopeti, il gioco è fatto).
A quel punto, agli investigatori sarà montata la curiosità. Dato che anche a Vicchio erano state notate due macchine, di cui una rossa, non sarà mai che Lotti e Pucci fossero anche da quelle parti? Tanto più che  già il 6 febbraio, la Nicoletti aveva detto di essere stata a fare l’amore a Vicchio (non con Lotti, però; una coincidenza inquietante e difficile da spiegare), proprio nel posto dove era stata ammazzata la Rontini. Prontamente, interrogato tre giorni dopo, Pucci ammette; ha visto, in un giro con Lotti, la coppia che è stata ammazzata alla Boschetta. Dopo una pausa di qualche tempo, in cui Lotti parla ampiamente di Scopeti e Vicchio, ma non dei precedenti omicidi (e diventa, da persona informata sui fatti, indagato), gli inquirenti fanno due più due: hanno avuto la prova –testimoniale – che Pacciani e Vanni, con la partecipazione - in un ruolo ancora poco chiaro - di Lotti, sono stati gli autori degli due ultimi duplici omicidi.   Che il deus ex machina Pucci non riservi altre sorprese “ricordando “ fatti più remoti? E’ così. Pucci coinvolge Lotti a  ritroso fino all’omicidio di Calenzano (18 aprile) e il 26 aprile Lotti fa una cosa un po’ strana: prima, alla presenza di Vigna nega tutto, fa mostra di non saper nulla di cosa parli il suo compare. Al che Vigna si alza  e se ne va e, al cospetto dei soli ufficiali di P.G. (e, beninteso dell’avvocato d’ufficio, o, per essere più precisi, del sostituto dell’avvocato d’ufficio), Lotti finalmente la canta giusta, ovviamente dopo che gli son state lette le affermazioni di Pucci di qualche giorno prima. A proposito dell’attività del primo avvocato d’ufficio, traggo dal vecchio blog di Master una frase, colta in una  intercettazione Lotti – Nicoletti del 24.03.1996, che appare molto significativa: : "...ma lui mi disse, l'avvocato, se tu vai lì, qualcosa in più bisogna tu dica, l'83, l'82, l'81... o come fo’ a sapere tutte queste cose?" Analogo concetto nella stessa telefonata, che traggo da “Al di là di ogni ragionevole dubbio” (ma, caveat lector, senza indicazione di fonte):
- Giancarlo Lotti: “Poi m’hanno interrogato dell’84.”
- Filippa Nicoletti: ‘Eh. ”
Giancarlo Lotti: “Se ero andato. Gl’hanno visto la mi’ macchina a coso, là (Nota: si intende Vicchio).  E i’ che gli dico?”
- Filippa Nicoletti: ‘Eh se hanno visto la tu’ macchina...”
- Giancarlo Lotti: ‘No, m’hanno imbrogliato su questo fatto qui. Sennò io... sapevo su uno solo, solo e basta.” (Nota: grassetto mio)
- Filippa Nicoletti: “Di uno solo, sapevi?”
- Giancarlo Lotti: ‘Eh, oh. Quando mi fermai lì, veddi la tenda, c’era la tenda. ”
- Filippa Nicoletti: “Ah. ”
- Giancarlo Lotti: ‘E c’era du’ persone. ”
- Filippa Nicoletti: ‘Eh. ”
- Giancarlo Lotti: “Quell’altro l’ha riconosciute subito. Io non l’ho riconosciute.
- Filippa Nicoletti: “Ah. ”
Giancarlo Lotti: ‘Poi mi voglian domanda’ le cose dell’83, dell’82... come fo a sapere queste cose?” (…)
Giancarlo Lotti: “Ma poi gli hanno visto una macchina, dice, a Scandicci, a Giogoli. E io che ne so? Per l’appunto la mi’ macchina l’è da tutte le parti. Io se vo a trovare una cugina, io un lo so. Loro dice... lì a Giogoli c’era un furgone, dice, quei du’ tedeschi... ”
Filippa Nicoletti: “Ah. ”
Giancarlo Lotti: “Ma come fo a dire una cosa che un n’ho vista?”
Filippa Nicoletti: “Eh ma tu... gli dici che non l’hai visto. ”
Giancarlo Lotti: “Dice: ‘ma te tu vai dalla tu cugina.’ E questo i’ che vuol dire? Perché dalla mi’ cugina un ci posso andare?”
Filippa Nicoletti: ‘Eh .. . ”(...)
Filippa Nicoletti: ‘Eh, comunque, tu se hai delle cose... devi dire la verità. Quando hai detto la verità pare che non si sbaglia mai. Capito?”
Giancarlo Lotti: ‘Eh ormai... Per me ho detto più di che un n’è. E son stato imbrogliato, guarda. (Nota: grassetto mio)
Torniamo ancora al fatidico 18 aprile che mette definitivamente nei guai Lotti, già indagato. A Pucci viene chiesto il movente degli omicidi, ma non sa dire altro che a qualcuno garbava uccidere, a qualcun altro guardare; quanto al quarto compagno di merende, “quello di Calenzano”, ci andava volentieri, per motivi suoi che Pucci non conosce. Gli inquirenti avevano già chiesto a Lotti del movente, ricavandone l’affermazione che Pacciani voleva far mangiare alle figliole il ricavato delle escissioni, una spiegazione evidentemente ritenuta poco soddisfacente. Anche la semplice e chiara motivazione data dal Pucci (ammazzavano perché gli garbava così, una verità incontestabile) non accontenterà gli investigatori, tanto che successivamente Lotti tirerà fuori la storia del “dottore” (storia invero non nuova, era stata fatta circolare nel maggio 1983 da Mario Spezi come corollario della sua ipotesi sul “dottor B.”), innescando in un sol colpo due nuovi filoni di indagine, quello dei mandanti e quello esoterico-satanico.

La Nazione - 2 luglio 1996


 Insomma, il perché delle ammissioni a rate di Pucci si spiega facilmente e senza troppi giri di parole: il teste dice in buona fede quello che ritiene che gli inquirenti desiderino sentire da lui. Su questo meccanismo psicologico, che in realtà è molto più comune di quanto si pensi, non è il caso di spendere parole qui, visto che la moderna bibliografia su suggestionabilità e falsi ricordi è imponente.
Naturalmente, dobbiamo presumere che le SIT di Fernando Pucci siano state condotte tutte in maniera corretta e ineccepibile, ma la tecnica di verbalizzazione riassuntiva non permette di valutare se gli investigatori abbiano involontariamente fatto ricorso a domande suggestive dalle quali il teste abbia potuto desumere quali informazioni avrebbe dovuto fornire per riuscire gradito agli interroganti. Il testo trascritto della registrazione del confronto Lotti-Pucci – già citato – non è filtrato da redattori (in filologia si parlerebbe di ipsissima verba) ed è prezioso per definire il livello di conoscenza dell’episodio delittuoso di Scopeti da parte dei due testi.
Ma sentiamo di nuovo la versione dei parenti del Pucci. Come sappiamo, nella sua prima versione (2 gennaio) Pucci non identifica i due uomini minacciosi; eppure nel corso delle sommarie informazioni testimoniali di quella decisiva giornata i nomi di Pacciani e Vanni sono fatti più volte in relazione ad altri episodi: vanno a fare merende e si ubriacano con il Lotti, vanno a prostitute, non trovano più la macchina, Lotti ha paura di loro ecc. Nell’udienza del 4 ottobre 1997 il PM dà lettura di un breve passo delle dichiarazioni rese il 24 gennaio 1996 da Marisa Pucci, sorella di Fernando, la quale aveva dichiarato: “Voi mi chiedete se mio fratello Fernando ha mai detto qualcosa circa i motivi per cui è stato recentemente sentito in Questura dai Magistrati. Effettivamente la sera che lui ritornò, accompagnato dal nostro fratello Valdemaro, dopo essere stato sentito in Questura, intorno alle 21.30 io gli chiesi cosa gli era stato domandato. Lui mi rispose genericamente che gli avevano fatto domande sul 'Vampa',  che lui aveva detto tutto quello che sapeva (Nota: grassetto mio), specificando a me di non parlare con nessuno in paese e che anche lui sarebbe stato riservatissimo con chiunque, perché così gli era stato raccomandato dalla Polizia”. E’ chiaro che il 24 gennaio 1996, chiedendo spiegazioni alla sorella, gli inquirenti si stanno essi stessi chiedendo come sia possibile che Fernando Pucci abbia tenuto un completo silenzio sui fatti di cui era stato testimone per più di dieci anni, con i suoi stessi parenti con i quali convive e che hanno nei suoi confronti, per loro esplicita ammissione, un ruolo accudente e genitoriale. E’ altrettanto chiaro che, già nel primo interrogatorio, l’attenzione si era ampiamente posata su Pacciani, giacché, nel riferirne il contenuto, Pucci dichiara solo “che gli avevano fatto domande sul Vampa”. E il fratello Valdemaro (udienza del 6 ottobre 1997): “Io non sapevo perché lo avevano chiamato (prima SIT, 2 gennaio 1996). Poi, quando... Perché dentro non fate entrare nessuno. Quando lo ripresi in macchina, gli dissi: 'ma icché t'hai fatto? Che c'è qualcosa di male?' 'Mah, io passai così dagli Scopeti, mi fermai per fare un bisogno con Giancarlo e ho visto, ho sentito delle voci, poi degli spari, poi sono andato via. Ma la voce la mi sembrava quella del Pacciani'”. Quindi già dopo la prima deposizione Pucci dice, a Valdemaro, che gli sembrava la voce di Pacciani. Poi, dirà Valdemaro, “a tavola, me lo disse insieme alla mi' moglie. Io, quando, non me ne ricordo, avvocato. Mi disse: 'ho visto Mario che con un coltello tagliava la tenda. E il Pacciani a sparare'.” In sostanza, Fernando ripete ai fratelli, nella stessa sequenza (13 febbraio e poi 24 aprile, date desunte dalla perizia), le stesse ammissioni  a rate che ha già fatto alla polizia; mai un’anticipazione, mai un elemento nuovo.
Ce n’è abbastanza per chiedersi cosa sapeva veramente – o cosa pensava di sapere – il nostro teste.

La Nazione - 6 luglio 1996
 
La consulenza Fornari – Lagazzi conclude nel senso che “nella fattispecie in esame, è possibile affermare, senza riserva alcuna, che Pucci Fernando è perfettamente in grado di rendere una testimonianza attendibile, purché lo voglia.” (Nota: i periti ebbero l’impressione che il teste non volesse confermare le dichiarazioni già fatte; in italiano corrente questo si chiama “mettere le mani avanti”). Si può essere d’accordo. Il problema è che, in dibattimento, la sua testimonianza è pressoché nulla e allora si ricorre, in modo assolutamente abnorme, alle contestazioni basate sui verbali di P.G.; e si ricorre ai verbali perché il teste, sostanzialmente, non sa rispondere o dà risposte incongrue – e non solo, come a volte si legge, agli avvocati difensori perché pressato o intimidito, ma anche al P.M. e allo stesso Presidente. I file audio sono oggi disponibili, per cui chi vuole farsi una propria opinione ha modo per farlo.
Lascio la serie aperta, perché ho speranza di ottenere un’intervista con uno psicologo che aiuti a capire meglio cosa si intende per “ritardo mentale” e le sue eventuali ricadute in termni di attendibilità della testimonianza.

Quindi, forse (CONTINUA). 

domenica 28 maggio 2017

Il teste Alfa (4)






Riprendiamo il discorso dove lo avevamo lasciato. 
Nel dicembre 1996, ai periti o consulenti che dir si voglia, Pucci racconta di aver troncato l’amicizia con il Lotti in diretta conseguenza dell’omicidio di Scopeti. Sul piano temporale, ma non per la causa, è la stessa cosa che aveva detto a Giuttari il 2 gennaio: “l’ho anche frequentato per circa 6/7 anni fino a circa 10 anni fa, allorché egli non venne ad un appuntamento che mi aveva dato a San Casciano, per cui non lo cercai più e mi allontanai da lui.“ Qualcosa del genere viene brevemente accennato in udienza: “Poi io smisi di andare con il Lotti - capito? – a giro.” (nota: in un punto, però, in cui si sta parlando dell’omicidio di Vicchio); e poi, interrogato dal Presidente relativamente a Scopeti e ai racconti fatti da Lotti degli omicidi precedenti: “Prima succedesse il fatto s'eramo sempre insieme noi, io e lui, s'andava sempre via a Firenze la domenica sera.” Questa affermazione potrebbe essere logicamente integrata inferendo che “dopo che successe il fatto” non si videro più. Il Presidente, però, nella sua ansia di togliere dalla figura di Pucci ogni ombra di possibile favoreggiamento (nota: se ne dovrebbe parlare, di questo aspetto, ma forse lo farò in futuro) si affretta a fargli precisare:
Presidente: No, glien'ha parlato di questi omicidi, prima degli Scopeti o dopo?
F.P.: Dopo.
Presidente: Dopo.
Quindi, risulta pacificamente a dibattimento che Lotti e Pucci continuarono a vedersi e a parlarsi, anche degli omicidi, dopo Scopeti. Questa palese discrepanza verrà denunciata da Propato nella sua arringa (20 marzo 1999) e a detta del Procuratore Generale “questo la dice lunga sui rapporti che continuavano ad esserci tra Pucci e Lotti”. Ma lasciamo da parte questi trucchetti da avvocaticchi di mezza tacca; Pucci in dibattimento parla totalmente a vanvera, quindi le sue dichiarazioni non dovrebbero essere usate né in un senso né nell’altro. Torniamo a verificare la versione primigenia: l’amicizia tra i due compari si interruppe subito dopo l’episodio di Scopeti.
Tuttavia, questa versione venne smentita in dibattimento da testi certamente affidabili, in buona fede e a lui favorevoli, ovvero i suoi stessi parenti. Ne ho già parlato qui e qui, ma vale la pena di fare un breve approfondimento. 
Nella stessa giornata del 6 ottobre, dopo Fernando, viene interrogato il fratello, Valdemaro Pucci, il quale racconta una storia tutta diversa. Pucci e Lotti avrebbero continuato a frequentarsi fino al novembre 91, quando Lotti avrebbe pagato con un assegno scoperto dei generi alimentari acquistati  nel negozio di Valdemaro.  Avendo Valdemaro rimproverato Fernando per le cattive compagnie frequentate, quest'ultimo, forse per soggezione nei confronti del fratello, avrebbe effettivamente rotto l'amicizia con il poco raccomandabile Lotti. La data dell’assegno è certa (novembre '91), quindi siamo più di sei anni dopo Scopeti. Non solo, nello stesso periodo Valdemaro raccomandò Lotti a un conoscente perché lo assumesse, giacché il Lotti era all’epoca senza lavoro. Anche qui abbiamo una data certa, poiché viene escusso il datore di lavoro, Mario B. (udienza del 10 ottobre, non trascritta, ma ascoltabile su radio radicale), il quale conferma di aver fatto lavorare Lotti come manovale, su raccomandazione di Valdemaro Pucci,  nella seconda metà del 1991. Quindi nel giugno del 1991, data dell’assunzione, la famiglia Pucci è ancora in ottimi rapporti con il Lotti e ritiene che sia, testualmente “un bravo ragazzo” (e non certo un complice di feroci assassini e assassino lui stesso). Valdemaro riferisce anche di aver invitato Lotti a un pranzo natalizio, anche se non è in grado di precisare l’anno, presumibilmente dopo il 1985, giacché il Lotti era solo. Nella versione fornita da Valdemaro, quindi, l'allentarsi della relazione tra i due non ha alcun rapporto con l'episodio di Scopeti, avvenendo ben sei anni dopo e per motivi venali: Lotti ha pagato con un assegno scoperto.
Sentiamo gli altri parenti, all'udienza del 4 ottobre 1997. La cognata Paola F. (è la moglie di Valdemaro); riassumo, perché tra teste, avvocati e presidente in udienza c’è un po’ di confusione: quando è uscita fuori la cosa del mi’ cognato (nota: si intende - e verrà precisato - gennaio-febbraio '96), erano tre-quattro anni che Fernando e Giancarlo non si frequentavano più. Prendendo anche il termine più alto, ossia quattro anni, torniamo indietro al gennaio 1992, periodo perfettamente compatibile con l’assegno scoperto firmato da Lotti nel novembre '91. Quindi la dichiarazione di Valdemaro viene perfettamente confermata. Quanto alla sorella Marisa Pucci, interrogata dall’avvocato Bertini, colloca genericamente la rottura del rapporto intorno al ’90; non sa il motivo, ma fa capire che ne era contenta, purtroppo la frase viene interrotta e non sappiamo il motivo della contentezza. Possiamo fare un’illazione indimostrabile, ma, ritengo, credibile: dall’ottobre 1991 Pietro Pacciani è su tutti i giornali, non più solo in qualità di violento e stupratore delle figlie, ma di supersospettato “Mostro di Firenze”. Lotti, si sa, è amico di Pacciani; lo sa Fernando Pucci e lo sanno molto probabilmente anche i suoi parenti, che seguono e accudiscono il fratello meno fortunato con cura e amore. Può essere una coincidenza, ma la rottura dei rapporti tra Pucci e Lotti avviene proprio in questo lasso di tempo; non ci sarebbe da stupirsi che ne sia la vera causa, anche se non viene dichiarata a processo.
Non dà risultato, invece, la ricerca di quando Pucci andò a imbiancare da Vanni, poiché i parenti, comprensibilmente non ricordano il periodo se non per impressioni; è solo lo stesso Vanni che colloca l’episodio nel 1989, ma la sua dichiarazione rimane senza riscontro e essendo egli imputato non può essere considerata.

Ma c’è un altro teste, inatteso, che smaschera la favola della rottura dell’amicizia tra Lotti e Pucci subito dopo Scopeti, ossia Gabriella Ghiribelli. La quale, nello stesso interrogatorio (8 febbraio 1996) in cui racconta la versione “giusta”, che qui citiamo interamente: “La domenica successiva all'omicidio il Lotti è venuto a trovarmi come sempre, senza però il Fernando. Io gli chiesi ragione di ciò ed egli, con fare molto alterato, mi disse che c'era stata una litigata tra loro e che, di conseguenza, egli aveva rotto l'amicizia, aggiungendo che per lui, quando un'amicizia era rotta, era rotta per sempre. La domenica ancora successiva, trovandomi a passare insieme al Lotti in via della Scala, vidi entrare il Fernando nel bar che si trova accanto ai portici di Santa Maria Novella. Io volli andare a salutarlo dicendo anche al Lotti, che non ne voleva sapere di avvicinarsi, che per me il Fernando era sempre un amico, anche se aveva litigato con lui. Lasciai quindi il Lotti dov'era ed entrai nel bar dove salutai il Fernando e gli chiesi che cosa era successo. Egli mi chiese se il Giancarlo mi aveva raccontato qualcosa ed io gli dissi che non mi aveva detto nulla. Egli mi disse che mi avrebbe raccontato tutto un'altra volta. in seguito non ho più avuto occasione di rivedere il Pucci, mentre il Giancarlo ha continuato a frequentarmi tutte le domeniche, fino a quando, recentemente, egli non è stato sentito dalla polizia”, si fa sfuggire anche la versione “alternativa”: “Dopo aver lasciato il Galli, ho affittato una casa in piazza San Lorenzo al n.3 e in quel periodo, quasi tutti i sabati e le domeniche, il Lotti ed il Fernando venivano a cena in quella casa. Ciò è avvenuto, grosso modo, tra il 1987 ed il 1991.” Dobbiamo essere grati alla memoria prodigiosa della Ghiribelli, la quale, dopo essere riuscita a datare con precisione massima la rottura dell’amicizia tra i suoi due affezionati clienti, (peraltro con motivazione sconosciuta, quindi fondamentalmente irrilevante) alla domenica successiva al delitto, ricorda però anche che i due andavano a cena da lei la domenica fino al 1991. Il che coincide perfettamente con quanto dichiarato, concordemente, dai parenti di Fernando Pucci in merito alla perdurante amicizia tra i due. Ora, può essere benissimo che in una qualche occasione ci sia stata una litigata tra Fernando e Giancarlo (Pucci dice per un appuntamento non rispettato, Lotti non dà spiegazioni), ma cosa c’entra tutto questo con l’episodio di Scopeti?
Sia come sia, se la constatazione che la rottura dell’amicizia Lotti-Pucci immediatamente dopo Scopeti era, nell’impostazione accusatoria, un significativo indizio che qualcosa di grave era successo tra i due amici proprio in quella occasione, la presa d’atto, sulla base delle testimonianze rese in udienza e non contestate, che Lotti e Pucci si frequentarono e andarono a giro insieme fino a tutto il ’91 dovrebbe portarci ragionevolmente a pensare che quella sera dell’8 settembre 1985 ai nostri eroi non successe proprio nulla di particolare.
Inspiegabilmente, come ho già spiegato in passato, le sentenze, sia di primo grado che di appello, tengono in non cale quanto inconfutabilmente acquisito in dibattimento e accettano la versione dei fatti raccolta nei verbali di P.G., una scelta difficilmente condivisibile anche dal punto di vista del mero formalismo giuridico.
Speravo di finire qui, ma sul Teste Alfa ci sono altre cose da dire, che rinvio a una prossima puntata.


(SEGUE)

domenica 21 maggio 2017

Il teste Alfa (3)





Con il SIT del 18 aprile termina sostanzialmente l’iter dichiaratorio - accusatorio di Pucci. Il teste verrà chiamato a deporre in aula il 6 ottobre 1997, con il risultato che il lettore informato già conosce: una valanga di “non ricordo”. E’ fin troppo facile osservare che, il 2 gennaio 1996, Pucci inizia la sua dichiarazione su Scopeti con le parole “ricordo bene”; ossia ricorda bene fatti e particolari (il motorino! E i discorsi al bar!) avvenuti più di 10 anni prima. E nel successivo aprile ricorda bene le cose che Lotti gli diceva dopo Baccaiano; ossia ricorda racconti fatti quattordici anni prima. Tuttavia, nel periodo tra l’aprile 1996 e l’ottobre 1997 sembra aver perso la memoria; peggio, non ricorda cosa ha dichiarato in corso dell’istruttoria dell’anno precedente, tanto che l’interrogatorio da parte del PM si riduce a una lettura dei verbali e il teste che conferma, non per sua esperienza o ricordo diretto, ma “perché c’è scritto costì”; un’applicazione davvero incongrua del principio che la prova si forma in dibattimento. A sua scusante, adduce il fatto che non si ricorderebbe neppure ciò che ha mangiato la sera precedente; ma da gennaio ad aprile 1996, quando veniva sentito, la memoria evidentemente funzionava più che bene, anzi migliorava progressivamente. Infatti, contrariamente al normale processo della memoria, col passare del tempo ricordava sempre di più (nota: sarebbe interessante disegnare un grafico dell’ascesa e del crollo della memoria del Pucci negli anni 1996-7, credo assomiglierebbe all’andamento della Borsa di Wall Street nel 1928-9; ma è superiore alle mie capacità tecniche). Potremmo citare le famose frasi dette in udienza: “No, lo voglio sapere, perché vu' scrivete un monte di robe, io 'un me lo ricordo... “ e “No, l'abbia pazienza un momento. Costì, come c'è scritto sul foglio? Perché io non me ne ricordo mica icché c'è scritto, costì”; ma facciamola breve, chi vuole saperne di più si legga i verbali di udienza disponibili su Insufficienza di Prove; o ancor meglio, con pazienza, ascolti l’audio su radio radicale. Sta di fatto che nella sua arringa al processo di appello, il PG Propato dichiara testualmente: “Secondo me il Pucci del dibattimento non può essere utilizzato a riscontro di dichiarazioni”. (nota: sarà, insieme al papocchio della doppia macchina del Lotti, l’elemento decisivo per convincerlo a chiedere l’assoluzione di Vanni; giacché la chiamata di correo fatta da Lotti a questo punto rimarrebbe senza riscontro alcuno). Anche qui, bisogna avere la pazienza di leggere o ascoltare le conclusioni di Propato, non certo accattivante come oratore; ma ne vale la pena. La Corte la penserà diversamente.

 Di fronte a questo atteggiamento del teste al processo, possiamo chiederci se Fernando Pucci era in grado di testimoniare, ai sensi dell’art. 196 C.P.P. (ossia se sussistesse l’idoneità fisica o mentale a rendere testimonianza). La domanda era stata preventivamente posta da parte del P.M. (dicembre 1996) ai consulenti d’ufficio prof. Lagazzi (psicologo) e prof. Fornari (psichiatra), gli stessi che avevano precedentemente periziato Giancarlo Lotti; anche perché, come abbiamo già detto, il teste riceveva una pensione di invalidità per oligofrenia grave.Si prospettava la richiesta di rinvio a giudizio per Vanni e Lotti (11 gennaio 1997) e il P.M. intendeva presentare tutte le sue carte in regola. Si tratta propriamente, in quanto non disposta dal giudice, di una consulenza tecnica di parte e non di una perizia; ma i consulenti verranno poi sentiti a processo, come era doveroso (udienza del 30 settembre 1997).







Nei due incontri intercorsi con i  periti Pucci sostanzialmente rifiuta, progressivamente, di collaborare. Gli viene proposto il test di Rorschach, con esito disastroso, che i periti interpretano come rifiuto di collaborare; proprio per questo, ritengono inutile somministrare il reattivo psicometrico W.A.I.S., rinunciando così a misurare il Q.I. del periziato (nota: possiamo dire che una consulenza così fatta non serve a nulla? O meglio, serve molto alla parte che l’ha richiesta; del resto la consulenza Lotti era stata dello stesso tenore). Dopo molti giri di parole che lasciano intendere che Pucci non collabora perché non vuole collaborare, ma se volesse potrebbe raccontarne di cotte e di crude, la consulenza giunge infine alla riposta ai quesiti, che riporto testualmente (da storico, cerco di astenermi dai giudizi, anche se a volte riesce difficile).
Risposta ai quesiti:
a) non è possibile accertare l’invalidità da cui risulta affetto PUCCI FERNANDO, per assenza di adeguata collaborazione da parte del soggetto alle nostre indagini al momento, È possibile attestare unicamente l’esistenza di un disturbo di personalità e di un ritardo mentale, non quantificabili;
b) comunque quantificata, dato il contenuto specifico della sua testimonianza, tale invalidità non è in grado di influenzare nella sostanza l’idoneità del PUCCI FERNANDO a rendere testimonianza.


Non sarebbe mio compito aggiungere (deve ben saperlo il giudice) che la testimonianza del soggetto affetto da ritardo mentale, alla pari di quella del minore, deve essere valutata con particolare attenzione e la sua attendibilità, in quanto più facilmente influenzabile, soppesata con maggiore cautela. Tuttavia, si cercherebbe invano, nella sentenza di primo grado, anche un solo accenno alla condizione di ritardo mentale del Pucci, che anzi viene definito, sic et simpliciter, “un teste oculare di totale affidamento e quindi di piena credibilità” (pag. 198, il grassetto questa volta è del giudice estensore); e ciò, nonostante che “lo stesso Pucci (abbia) saputo riferire molto poco in ordine alla dinamica dell'azione omicida ed in ordine ai particolari di essa” (quindi un teste oculare di totale affidamento, che però ha saputo riferire molto poco). L’argomento verrà invece affrontato in Appello, giacché era stato tra i motivi di ricorso dell’avvocato Filastò. Purtroppo, la sentenza sembra stravolgere la lettera della perizia, quando afferma che “d'altro canto i disturbi dichiarati allora, ove pure esistenti, non sono apparsi tali da impedire una completa collaborazione da parte del soggetto con i periti” (pag. 150; ma è proprio il contrario di quanto avevano scritto Fornari e Lagazzi).
Possono essere più interessanti dell’esito, invero deludente, della perizia (e della sua ricezione nelle sentenze), alcune notizie desumibili a margine dal testo della stessa. Pucci racconta che a 15 anni era ancora in quinta elementare (scuola d’altri tempi, oggi sarebbe probabilmente diplomato). La sorella riferisce che è stato per qualche tempo inserito presso un istituto per handicappati mentali, che è seguito da un medico specializzato in pazienti con handicap, che non ha mai svolto una stabile attività lavorativa (nota: il timore di perdere la pensione di invalidità può indubbiamente giocare un ruolo in queste dichiarazioni).  
Riportiamo ancora questa dichiarazione resa da Pucci ai periti, in quanto costituisce un’ulteriore versione, alla data del 12 dicembre 1996,  dell’episodio di Scopeti e del rapporto di Pucci con gli altri protagonisti del caso: “Noi quella sera eravamo andati a Firenze come sempre la domenica sera. Al ritorno, ci fermammo sulla piazzola degli Scopeti per fare acqua e sentimmo sparare- ricordo anche che sentii il rumore di una tenda che veniva tagliata, poi Pacciani saltò fuori e ci disse: 'cosa fate qui voi due? andatevene'. Noi dalla paura si scappò. lo volevo andare subito dai carabinieri a dire quello che avevamo visto, invece Lotti disse di no, perché aveva paura del Pacciani. Io mi sono sempre tenuto lontano da quel gruppo, né ho mai chiesto niente a Lotti. lo non mi aspettavo che lui fosse dentro questo giro. Me ne sono reso conto la sera del fatto degli Scopeti. Ci sono rimasto molto male. Dopo questo fatto ho rotto l'amicizia con il Lotti”.
Ci ritorneremo su nell’ultima puntata.

(Disclaimer: le illustrazioni non vanno intese come pubblicità delle persone e delle opere rappresentate, neppure occulta)

(SEGUE)