domenica 14 agosto 2016

La teste Gamma





Gabriella Ghiribelli depone al processo "Compagni di merende2 (foto da Insufficienza di prove




Devo premettere a questo post una nota tecnica. Una seria analisi storico-filologica delle testimonianze non può prescindere da una precisa, letterale rendicontazione verbale delle dichiarazioni. Per quanto, soprattutto dopo le più recenti pubblicazioni, il materiale sull’argomento “processi sul caso del cd. Mostro di Firenze” sia relativamente abbondante, lo stesso rimane non sufficiente alla bisogna.  Del resto, quand’anche venissero pubblicati i verbali integrali, essi non sarebbero adeguati se redatti, come era costume, in forma riassuntiva (ad eccezione dei verbali di udienza). Le osservazioni che seguono vanno dunque prese con beneficio di inventario e futuri possibili adeguamenti, quand’anche l’accesso a ulteriori materiali sembri nell’immediato futuro piuttosto improbabile.


Sia i sostenitori dell’ipotesi ufficiale conclamata nei processi ai “Compagni di merende”, sia gli aderenti all’ipotesi ”Giancarlo Lotti = unico assassino  = MdF” sono certi che Lotti – o quanto meno la sua auto FIAT 128 coupé rossa - sia stato effettivamente avvistato dalla teste Gabriella Ghiribelli la notte di domenica 8 settembre 1985 su via degli Scopeti sotto la piazzola ove avvenne l’omicidio.  Sul cosa ci facesse e perché, in un momento che con grandissima probabilità non era quello del delitto, le due scuole di pensiero su indicate si dividono; ma il fatto dell’avvistamento rimane per entrambi una pietra miliare della propria teoria – teoria che nel primo caso è anche diventata verità giudiziaria.

Ho già parlato più di una volta della genesi dell’indagine su Lotti, che trova il proprio primo fondamento nei SIT di Gabriella Ghiribelli (21 e 27 dicembre 1995); ma forse può valere la pena di ri-narrare e approfondire alcune connessioni.


Sappiamo, grazie anche alla cronologia curata da Francesco Cappelletti per il libro “Al di là di ogni ragionevole dubbio”, che Giancarlo Lotti era stato sentito dalla SAM nel luglio del 1990, insieme con altri amici e conoscenti di Pietro Pacciani. Sappiamo che era stato risentito – informalmente – nel luglio del 1994 dopo la testimonianza Nesi, il quale aveva collocato Pacciani in via degli Scopeti la presunta sera del delitto insieme a un accompagnatore non riconosciuto. In quella occasione era stato chiesto a Lotti quali auto aveva posseduto ed egli aveva pacificamente nominato – tra le altre – una FIAT 128 coupé rossa. Sappiamo inoltre che già in precedenza vi erano stati testimoni (Frigo e Caini – Martelli, non utilizzati nel processo) che avevano parlato di due auto, una bianca e una rossa. Sappiamo infine che nell’ottobre del 1995 il nuovo capo della Mobile di Firenze Michele Giuttari era stato incaricato dal procuratore Vigna di riesaminare il caso per verificare se vi fossero indizi – oltre quelli emersi a processo – di possibili complici del Pacciani. E sappiamo anche che Giuttari aveva reperito (semplifico molto per brevità) tra i “testimoni dimenticati” la coppia Chiarappa – De Faveri, che aveva visto un’auto di colore rosso sbiadito e con la coda tronca stazionare per tutto il pomeriggio della domenica 8 settembre di fronte al viottolo che porta alla piazzola del delitto; in prossimità vi erano due uomini (tra i quali, evidentemente, non era stato identificato Pacciani) che osservavano insistentemente il bosco. Nella convinzione che l’omicidio sarebbe poi avvenuto quella sera, la persistente presenza di un’auto coincidente con quella vista in altre occasioni (Vicchio) nell’immediata prossimità della tenda delle vittime doveva essere sembrata all’investigatore una circostanza di gran conto (e, anche se i giudici non accoglieranno la testimonianza dei coniugi, non possiamo certo, sulla base delle sue conoscenze dell’epoca, dargli torto).

Abbiamo quindi delle testimonianze che portano a sospettare del ruolo di un’auto di colore rosso sbiadito a coda tronca nei due ultimi duplici omicidi della serie. Abbiamo un amico di Pacciani che ha ammesso di aver posseduto, in quegli anni, un’auto compatibile. Non c’è da stupirsi che nel dicembre 1995, nell’approssimarsi del processo di appello a Pietro Pacciani, Giancarlo Lotti venga messo sotto torchio.


Il 27 novembre ( si veda http://i-compagni-di-merende.blogspot.it/2009/12/istruttoria.html ) era stata interrogata Filippa Nicoletti, il cui nome era stato fatto dal Nesi come amica di Lotti e Vanni.  Già alla Nicoletti si chiedono notizie della macchina rossa (lo dirà lei stessa in una telefonata intercettata con Giancarlo Lotti il 16 dicembre; si veda M. Giuttari, Il Mostro pag. 109). Il 15 dicembre è il turno dello stesso Lotti, che a sua volta fa il nome di Gabriella Ghiribelli, la quale viene convocata il 21 dicembre.   Come alla Nicoletti, senz’altro le si saranno chieste notizie dell’auto rossa scodata; ed ecco il colpo di scena, non riportato a verbale, ma confermato da una telefonata intercorsa quello stesso giorno tra la Nicoletti e la Ghiribelli e debitamente intercettata: la persona informata sui fatti ha effettivamente visto, nel posto giusto e nel momento (che si credeva) giusto, l’auto che avrebbe dovuto vedere; infatti, la domenica sera intorno a mezzanotte, dopo aver esercitato a Firenze “ il suo antico mestiere” (così Giuttari, Il Mostro pag.112), Gabriella in compagnia del suo protettore tornava a San Casciano percorrendo in auto proprio via degli Scopeti. E’ un passo ben noto, ma che comunque riportiamo:

<< Io l’unica cosa che posso dire è che io una macchina arancione l’ho vista… sotto le luci piccole, piccole di strada… sai, in una strada piccola potrebbe essere stata arancione… potrebbe essere stata rossa… scodata di dietro… Mi hanno fatto vedere la foto… l’ho riconosciuta…>> (NdA: quali luci? Non vi sono lampioni in quel tratto di via degli Scopeti. Forse i catarifrangenti, se già c’erano all’epoca, che danno una colorazione arancione a qualsiasi oggetto).

 Giuttari, nel suo libro sopra citato, ammette: “dal verbale dell’interrogatorio quelle domande dei miei uomini non risultano, segno che dovevano averle fatte a margine, dopo l’interrogatorio, informalmente” (Il Mostro, pag. 114). Il che gli dà il destro per spostare di qualche giorno in avanti il coup de theatre, quando sarà lui a interrogare direttamente la Ghiribelli (27 dicembre 1995):

 “Alla fine individua una vettura. Una FIAT 128 coupé. Quindi aggiunge che un’auto proprio uguale, dal colore però sbiadito, ce l’aveva all’epoca Giancarlo Lotti.”

 Incollo a questo punto dal contributo di Cappelletti relativo alle dichiarazioni del 27 dicembre:

“Il verbale quindi reca “Circa tre mesi fa (settembre 1995 n.d.r.) ho avuto modo di notare la macchina del Lotti e vedendo che aveva la portiera di colore rosa mi venne spontaneo dire al Lotti in tono scherzoso ‘Vuoi vedere che sei tu il mostro?’ (…) Il Lotti rimase male e mi disse: ‘Cosa c’entra la mia macchina con quella che hai visto te?’. In seguito il Lotti è venuto a trovarmi con altra macchina e mi spiegò che l’aveva cambiata perché l’altra non funzionava più.” Mostratele 2 fotocopie riproducenti la parte anteriore e posteriore di una Fiat 128 coupè, la Ghiribelli dichiarò che la macchina vista quella sera era dello stesso modello riprodotto nelle fotocopie ed aggiunse: “Il Lotti Giancarlo ho iniziato a frequentarlo dall’anno 1986 e mai, prima della circostanza riferita, avevo avuto modo di notare che auto egli avesse, in quanto era solito lasciare l’auto alla Fortezza o in Piazza Indipendenza e venire da me a piedi. Anche in San Casciano non avevo mai avuto l’opportunità di notare il Lotti in auto”.


A questo punto, però, possiamo osservare che c’è qualcosa che non quadra. La spiegazione fornita dalla teste è molto debole: infatti, quale motivo avrebbe avuto la Ghiribelli nel settembre 1995 (!) di collegare improvvisamente il ricordo dell’auto vista la domenica 8 settembre 1985 con quella da lei vista usare da Lotti a distanza di 10 anni? Ma non solo: quali strumenti aveva la Ghiribelli per identificare un’auto vista di sfuggita più di 10 anni prima con quella posseduta all’epoca da Lotti? Ovviamente nessuno giacché: 1. Nello stesso interrogatorio la teste afferma di aver iniziato a frequentare Lotti nel 1986, ossia dopo l’omicidio (dichiarazione che sarà successivamente corretta, ma dobbiamo riportarci al contesto investigativo del 1995 e ritenerla al momento veritiera); 2. Non aveva mai notato quale macchina avesse Lotti prima del settembre 1995; 3. L’auto da lei vista nel 1985 aveva uno sportello di altro colore (rosa anziché rosso), quindi assomigliava all’auto posseduta da Lotti nel 1995 – ma dal 1985 al 1995 Lotti aveva cambiato per lo meno due auto dopo la 128 coupé. Queste stesse osservazioni critiche nei confronti della teste avrebbero potuto venire avanzate nell’immediatezza dagli investigatori, se non altro per verificare la fondatezza del convincimento della Ghiribelli. Ma non sembra che se ne sia fatta parola.


Un ulteriore elemento del presunto riconoscimento può destare qualche perplessità. Il 27 dicembre la Ghiribelli dichiara che Lotti al suo interrogativo retorico (ma era mica la tua quell’auto?) ha semplicemente risposto: “Cosa c’entra la mia macchina con quella che hai visto te?” e la discussione si è chiusa lì. Il 25 gennaio, però, in una telefonata intercettata tra Ghiribelli e Lotti viene registrato il seguente scambio di battute:

<< Ghiribelli: ‘non ci si può fermare neanche a pisciare’ lo hai detto tu

Giancarlo Lotti: Che c’entra! ….e guardano dove ci si ferma! Me l’hanno detto loro… io non ho mica fatto nulla… A me non me ne frega nulla! Non ritornino  a fare quel lavoro perché non mi sta bene!>> (Il Mostro pag. 137, Al di là di ogni ragionevole dubbio pag. 147; si ponga però attenzione alla frase in grassetto).

In dibattimento (udienza del 3 luglio 1997, reperibile su Insufficienza di prove) la Ghiribelli darà una versione un po’ confusa relativamente ai tempi di questo scambio di battute. A domanda del P.M.: <<Perché quando a me mi sono venuti a domandare addirittura, sono venuti gli inquirenti, sono andati a domandarmi, dice: 'ma te hai visto qualche macchina? Qualche cosa, hai visto nulla?' 'Di dove?' Dice: 'degli Scopeti, perché Giancarlo ha fatto il tu' nome'. 'Ma che a scopo il mi' nome?' Dice... M'hanno domandato questa storia, dico: 'ma io lo dissi già all'epoca che ho visto una macchina rossa scodata perché non mi chiedete mai che tipi di macchine sono perché io delle macchine... però l'era rossa. Senonché, quando vengo a sapere dagli inquirenti che Giancarlo aveva implicato me, che poi praticamente. .. ora dopo fra parentesi lo dico anche quest'altra storia. Senonché dopo io telefono a Giancarlo. Telefono a Giancarlo a San Casciano e gli faccio: 'Giancarlo che puoi venire un attimo a Firenze, c'ho da parlarti?' Gli faccio: 'Giancarlo, come mai hai implicato me? Non è che per caso fosse tua la macchina che ho visto quella sera allora?' E lui mi risponde: 'perché, non ci si può fermare nemmeno a pisciare?' Con questo s'è dato là zappa sui piedi da sé>.>

A domanda del presidente: << G.G.: Ho detto: 'sì, io quella macchina l'ho vista quella sera, era scodata' perché torno a ripeterle, signor Giudice, che io non mi intendo affatto di macchine, sicché che tipo di macchina fosse proprio non lo so. Quando son tornata a casa - visto che mi hanno fatto il nome di Giancarlo, perché si vede che gli aveva fatto il mio - io ho telefonato a Giancarlo a San Casciano e gli ho detto: 'Giancarlo, puoi venire un attimo a Firenze, ti devo parlare? Dice: 'sì'. Arrivato a Firenze gli faccio: 'ma che discorsi fai te nei miei riguardi?' Dice: 'no, mi hanno domandato se io frequentavo qualche ragazza, ho detto che frequentavo anche te, oltre alla Filippa', mi fa Giancarlo. Dico: 'ma non è che, allora, quella macchina rossa che io ho visto, scodata, che forse la fosse tua?' E lui mi fa: 'che, non ci si può fermare nemmeno a pisciare?' Parole sue testuali, lineari. Con questo ha ammesso che la macchina era veramente sua. Ma io l'ho saputo proprio il giorno che mi hanno interrogato quelli della Squadra Anti Mostro.

Presidente: Ma lei l'aveva vista una macchina simile in possesso del Lotti?

G.G.: No, io n'avevo vista una celeste...

Presidente: Come?

G.G.: Lui ce n'aveva una celeste, però comunque lui... soltanto una celeste, perché lui l'ha sempre avute rosse le macchine, comunque. Comunque l'ha ammesso lui che la macchina l'era la sua>>.

Insomma, il colloquio tra Ghiribelli e Lotti sarebbe intercorso dopo gli interrogatori subiti dalla Ghiribelli, poiché del particolare della fermata per bisogni fisiologici non vi è traccia nei verbali di dicembre, per quanto vi si parli dell’auto del Lotti con abbondanza di dettagli; l’elemento compare per la prima volta in un’intercettazione telefonica del 25 gennaio, ma riferito a un tempo passato (“l’hai detto tu”); ma a quella data ne aveva già parlato per due volte Pucci agli inquirenti, sia il 2 che il 23 gennaio 1996.  Se il discorso di cui si riferisce nella telefonata intercettata fu precedente o successivo ai SIT del Pucci, non si può sapere con esattezza: in un SIT dell’8 febbraio, la Ghiribelli lo situerà in mezzo ai suoi due interrogatori di dicembre, precisamente il giorno 23 (Al di là di ogni ragionevole dubbio, pag. 149). Tuttavia, se i due compari danno la stessa versione, le spiegazioni più probabili sono fondamentalmente due: o il fatto è vero o la versione è concordata. Un’analisi dei tempi porta ragionevolmente ad escludere un suggerimento (beninteso involontario) degli inquirenti, poiché Lotti venne interrogato, dopo il 15 dicembre, solo l’11 febbraio, quindi ben dopo la famosa telefonata. Quanto a Fernando Pucci, questi era entrato nelle indagini in seguito all’intercettazione di una telefonata tra la Ghiribelli e la Nicoletti del 23 dicembre, era stato sentito più volte prima dell’interrogatorio di Lotti e già il 2 gennaio aveva tranquillamente spiattellato, a semplice domanda, una sua prima versione dei fatti (poi a più riprese integrata e corretta) che collocava lui e Lotti sul luogo del delitto, forse a bordo della FIAT 128 rossa. La concordanza tra Lotti e Pucci, se la frase del Lotti è effettivamente, come sostiene la Ghiribelli, anteriore al primo interrogatorio del Pucci, va comunque spiegata da coloro che sono certi dell’assoluta estraneità ai fatti della coppia Lotti - Pucci.


In merito alla generale attendibilità di questi due testi principali (Alfa = Pucci; Gamma = Ghiribelli) può essere utile un piccolo excursus.

Interrogato in dibattimento il 6 ottobre 1997, Pucci intratterrà con il P.M. questo candido dialoghetto, che riportiamo come al solito da Insufficienza di Prove.

F.P.: (espressione di diniego) Ma io... Ma che c'è mica scritto, costì?

P.M.: Eh

F.P.: No, lo voglio sapere, perché vu' scrivete un monte di robe, io 'un me lo ricordo...

P.M.: Noi, queste robe, per fortuna le abbiamo anche registrate. Quindi...

F.P.: Abbia pazienza... 'Un mi posso ricordare di ogni cosa.

P.M.: No, ma lei non si deve ricordare cosa c'è scritto qui, capito, signor Pucci?

F.P.: Ecco...

P.M.: Lei si deve ricordare se questi discorsi li ha fatti e se sono veri.

F.P.: Ma io non me lo ricordo.

P.M.: Però, vede, se non se lo ricorda ora, è un fatto; se non se lo ricordava nemmeno prima, è un altro.

F.P.: Eh, non è possibile...

P.M.: Ecco.

F.P.: ... non me ne ricordavo nemmeno prima, sicché... Ora, che vuole, è da tanto tempo che... Chi se ne ricorda! Bah...

Gabriella Ghiribelli, dal canto suo, racconterà per anni una messe di informazioni utili a chiarire la vicenda nell’ottica della pista esoterica e dei mandanti gaudenti, tra le quali la preziosa affabulazione – a suo dire proveniente da un Lotti all’epoca già opportunamente defunto – in merito ad un medico svizzero che in una villa vicina ai luoghi degli omicidi usava i feticci acquistati dagli assassini materiali per compiere esperimenti di imbalsamazione (o rinascita?) del corpo della figlia prematuramente scomparsa. Purtroppo tali esperimenti non avevano buon esito perché al papiro delle istruzioni mancava una pagina (!).


E’ il momento di riassumere. Allo stato delle (mie) conoscenze, la sequenza delle dichiarazioni risulta essere la seguente.

Luglio 1994: Lotti viene sentito dalla SAM in merito alle sue automobili. Dice di aver posseduto una FIAT 128 coupé rossa, ma la cose non viene considerata rilevante.

Ottobre 1995: vengono sentiti i coniugi Chiarappa - De Faveri, che confermano la presenza di un’auto rossa scodata sotto la piazzola di Scopeti nel pomeriggio di domenica 8 settembre 1985.

Novembre 1995: su impulso del Nesi viene sentita Filippa Nicoletti, anche in merito all’auto rossa posseduta da Lotti. Successivamente la Nicoletti allerterà Lotti sul contenuto dell’interrogatorio.

15 dicembre 1995: nuovo SIT di Lotti; non risultano domande sulle auto (? ma vedi intercettazione del 25 gennaio). Lotti fa il nome di Gabriella Ghiribelli.

21 dicembre 1995: primo SIT della Ghiribelli; non a verbale, dice di aver visto quella sera una macchina rossa o arancione che potrebbe essere quella di Lotti.

Data imprecisata: colloquio tra Lotti e Ghiribelli; la Ghiribelli rimprovera Lotti per averla immischiata nella faccenda, Lotti dice: “non ci si può neanche fermare a pisciare”.

27 dicembre 1995: nuovo SIT della Ghiribelli, che riconosce decisamente l’auto del Lotti, pur non avendola mai vista.

2 gennaio 1996: SIT di Fernando Pucci, che ammette di essere stato sul posto insieme al Lotti, forse con la 128 o la FIAT 131 (NdA: erano entrambe rosse; viene “saltata” la FIAT 124 celeste che Lotti indubbiamente aveva nel settembre 1985).

23 gennaio 1996: nuovo SIT di Fernando Pucci, che descrive l’esecuzione del delitto da parte di Vanni e Pacciani.

11 febbraio 1996: SIT di Lotti, che dà la stura alla serie di ammissioni progressive che lo porteranno a una condanna di 30 anni di carcere nel processo di primo grado. In un confronto nella stessa data Pucci ricorda a un incerto Lotti che quella sera viaggiavano “sul FIAT 128, quello rosso”.



 

Dimentichiamoci per un momento che Pucci è dichiarato invalido al 100% per oligofrenia e la Ghiribelli darà nel prosieguo della vicenda chiari segni di sfrenato protagonismo sconfinante nella mitomania; assumiamo che quando detto dalla teste sia vero, che abbia visto un’auto forse rossa, forse arancione, con la coda tronca, posteggiata in prossimità del viottolo che porta alla piazzola degli Scopeti. Risulta chiaramente che la Ghiribelli non riconobbe (né poteva ragionevolmente farlo) l’auto del Lotti (prescindiamo qui dalla incerta “esistenza in circolazione “ dell’auto stessa a quella data); ma vide un’auto che o assomigliava all’auto del Lotti nel 1995 (FIAT 131? Ma allora non era l’auto del 1985) o assomigliava a una FIAT 128 coupé (ma allora perché identificarla con l’auto guidata dal Lotti nel 1995?). La certezza dell’identificazione, a detta della stessa Ghiribelli, che si dichiara del tutto ignorante dei modelli automobilistici, scatta alla malaugurata scusante addotta dal Lotti “Non ci si può nemmeno fermare a pisciare”, un Lotti che già al suo esordio si dimostra un maestro nell’incastrarsi da solo nel ruolo di reo confesso e chiamante in correità.  Quindi, più che un riconoscimento, bisognerebbe parlare di una deduzione (apparentemente) logica, alla quale non sembrano estranei motivi di rivalsa (“tu mi hai immischiato me, allora io ti immischio te”); apparentemente logica perché nata dal preteso riconoscimento di un'altra macchina.



Eppure, sappiamo che senza la Ghiribelli non ci sarebbe stato Pucci e senza Pucci non ci sarebbe stato Lotti. E’ onesto dire che la costruzione giudiziaria dei “Compagni di merende” poggia su basi ben fragili. E’ altrettanto onesto aggiungere, da parte mia, che sul punto non ho verità o certezze da propugnare, ma solo domande. Ogni contributo costruttivo e informato è bene accetto.

martedì 12 luglio 2016

Come scegliere un mostro... anche più di uno.


Corriere della Sera, 13 novembre 1991


C’è da immaginare (ufficialmente se ne sa ben poco) che il personaggio del Vampa sia stato analizzato insieme e contemporaneamente a molti altri. Di questo periodo parla, ma in termini troppo vaghi per essere utili, il capo della SAM Ruggero Perugini nel suo libro “Un uomo quasi normale”. Sta di fatto che sulla base di una varietà di elementi sospetti gli inquirenti si convincono, più che altro sulla base di considerazioni di ordine psicologico (tendenza alla violenza, disordine sessuale) e locale (territorio) di aver individuato la persona giusta; nel giugno del 1990 Pacciani, all’epoca in carcere, riceve un avviso di garanzia, anche se solo per detenzione illegale di armi da fuoco; ma le indagini su di lui sono già in corso. A proposito di armi, nel 1987, in occasione dell'inchiesta per la violenza alle figlie, gli era stata sequestrata la pistola a salve Mari che teneva in macchina, ma il reato si risolse in una mancanza del tappo rosso che segnala le armi giocattoli e Pacciani era stato assolto perché, alla fine, la pistola giocattolo non era neppure funzionante. 

Una volta imboccata con decisione la pista Pacciani, la strada è segnata e tutti gli sviluppi successivi funzionano come un meccanismo a orologeria – mi si permetta di accennarne solo per sommi capi, nella convinzione che siano cose ben note a quanti si sono interessati al caso. Si raccolgono le testimonianze, alcune reticenti (Vanni, Lotti) altre fin troppo volenterose (Nesi). Le perquisizioni (album Skizzen Brunnen, cartuccia nell’orto) e l’aiuto degli anonimi (asta guidamolla) aumentano il magro raccolto, a sufficienza per il rinvio a giudizio e la condanna in primo grado. E’ proprio in corso di processo, però, che accade qualcosa di nuovo e inaspettato. Alcuni testimoni affermano di aver incrociato Pacciani sul luogo di un delitto, sulla sua auto ma in compagnia di un altro uomo (Nesi 2), di averlo visto su un auto che non era la sua (Longo), di aver visto un altro uomo vicino all’auto di Pacciani (Zanetti, sempre a Scopeti). Già nella sua prima deposizione (23 maggio 1994) Nesi aveva riferito della misteriosa lettera inviata da Pacciani a Vanni durante il suo periodo di detenzione in cui si parlava di “cose bruttissime”. Messi insieme questi spunti, ne risultava che ci fosse probabilmente qualcuno che era a conoscenza delle malefatte del Pacciani o addirittura un suo complice nella preparazione ed esecuzione degli omicidi. Vanni era l’amico del cuore di Pacciani e la sua testimonianza era stata bollata dal presidente Ognibene come “singolarmente reticente”. La seconda tornata di indagini a carico questa volta non più di Pacciani come serial killer solitario, ma di Pacciani & C. (probabilmente si pensa all’epoca ad aiutanti in subordine soggiogati dalla straripante personalità del Vampa) parte dunque già nell’estate del 1994 (non, come comunemente si crede, con la nomina di Michele Giuttari a capo della mobile fiorentina nell’ottobre del 1995). Acquietatesi per qualche tempo dopo la condanna, le indagini riprendono però vigore con la ricerca condotta da Giuttari sui “testimoni dimenticati”, coloro che in occasione dei delitti avevano notato più auto o più persone sospette; queste testimonianze erano state considerate irrilevanti quando, ante 1994, si era convinti che gli omicidi non potessero essere compiuti altro che da un unico assassino della tipologia “lust murder”. Peraltro, l’urgenza di aggiungere legna al debole fuocherello della Procura è vieppiù sottolineata dalla possibilità tutt’altro che remota che Pacciani venga assolto in appello. Il che regolarmente succede, se non che nel frattempo Giuttari ha velocemente scoperto “I compagni di merende”, con testimoni oculari e tutto il necessario per chiudere l’inchiesta (il che non avverrà per motivi che qui non intendo approfondire).

L’unico problema è che oggi veniamo a sapere che Giancarlo Lotti, per qualche suo motivo che ciascuno è libero di immaginare, ha mentito…

Fine della storia.

sabato 9 luglio 2016

Come scegliere un Mostro


Mercatale - Piazza del Popolo

Mercatale - Via Sonnino


La cronistoria degli eventi contenuta nel recente libro di Bruno - Cappelletti - Cochi (titolo: Al di là di ogni ragionevole dubbio - Enigma Edizioni, al quale ho collaborato nella stesura della cronologia) evidenzia alcuni passaggi fondamentali delle indagini: 

14 luglio 1987. Su espressa richiesta del 29 maggio, della Procura fiorentina, nelle persone dei Sostituti Procuratori dr Piero Luigi Vigna e dr Paolo Canessa, il dirigente della squadra mobile fornì un “elenco di tutte le persone segnalate, da anonime e non, dopo i duplici omicidi del 29.7.1984, a Vicchio di Mugello, e del 9.9.1985, commesso a S. Casciano V. di Pesa”. L’elenco contiene 254 nominativi (nota: tra cui, come ben sappiamo, Pietro Pacciani), di questi solo uno risulta deceduto: Francesco Narducci (nota: con rapporto del 4 luglio 1988 i CC esclusero Narducci dal novero dei sospettati a causa della sua assenza dell’Italia in occasione del delitto di Calenzano).
Un passaggio tratto dalla sentenza della Corte di Assise di Appello. <<Nel 1989, gli inquirenti, muovendo dal dato che la serie dei duplici omicidi si era arrestata nel settembre 1985, avanzavano l’ipotesi che l’omicida non avesse più colpito perché, morto, o malato, o detenuto in carcere, o ristretto in manicomio, ovvero per aver sentito vicine le indagini di polizia. Procedevano, quindi, a selezionare 82 nominativi di persone, che dopo l’omicidio del 1985 erano state in qualche modo contattate dalla Polizia Giudiziaria in relazione a tale fatto, e potevano quindi avere ragionevolmente ritenuto di essere sospettate e controllate: fra tali nominativi, c’era quello di Pacciani Pietro. [...] Un ulteriore accertamento veniva disposto dalla Procura della Repubblica di Firenze sui nominativi di coloro, di età compresa fra i 30 e i 60 anni, i quali fossero stati arrestati per qualsiasi motivo dopo l’omicidio del 1985 e fossero ancora detenuti. A mezzo di computer venivano selezionati, 60 nominativi ridotti poi a 26 per essersi la scelta ristretta a coloro che con riferimento temporale a una settimana prima e una settimana dopo i delitti del cd. “mostro”, avessero avuto disponibilità di libertà personale e capacità, di muoversi sì da poterli materialmente commettere. Fra tali 26 nominativi, figurava ancora il Pacciani, e, a parte questi, non figurava alcuno degli altri 82 nominativi selezionati in precedenza>>.


Si tratta quindi di tre screening successivi (tra i molti altri che, dobbiamo presumere, furono condotti in quel periodo) dai quali salta fuori ogni volta il nome di Pacciani. Nel 1987 si ri-esaminano le segnalazioni relative ai due ultimi duplici omicidi. Nel 1989, nella ovvia constatazione che il Mostro non aveva più colpito, si cerca chi sia stato, dopo il settembre 1985, impossibilitato ad agire o anche solo semplicemente controllato in relazione al delitto di Scopeti e conseguentemente intimorito e dissuaso ad agire (nota: sublime incoerenza della Procura con l’atteggiamento che quasi contemporaneamente tennero il G.I. e i carabinieri nei confronti di Salvatore Vinci).

Il modo di procedere ha una sua logica. A prima vista, un nome balza fuori con evidenza: Pacciani aveva subito una segnalazione anonima e un controllo – per quanto blando e routinario - dei CC dopo Scopeti; era in galera per abuso sessuale sulle figlie dal 30 maggio 1987; peggio era un assassino (omicidio Bonini del 1951). Di più, ambedue i reati per cui era stato condannato avevano a che fare con il sesso. Vi è però, a mio parere, un salto logico. Se era ragionevole (ma non certo) supporre che la serie si fosse interrotta perché l’autore era stato in qualsiasi maniera impossibilitato a proseguirla, perché presumere che per forza doveva essere stato segnalato in precedenza? Perché addirittura che fosse stato contattato dalla polizia?

Una volta accettati arbitrariamente come necessari questi due presupposti, la lista dei sospettabili si restringe moltissimo e un soggetto già condannato per omicidio (a sfondo sessuale, anche se dissimile da quelli del Mostro; l’accostamento che il PM Canessa volle fare nel processo del 1994 è palesemente forzato) è naturalmente il primo a essere messo sotto osservazione. Detto questo, Pietro Pacciani aveva a suo svantaggio molte altre coincidenze, alcune vere, altre solo suggestive o francamente sballate; ma è proprio il criterio di scelta a non essere obiettivo. Se l’assassino non era stato segnalato nel 1984 e 1985, se non era stato contattato nel corso di indagine su Scopeti, se non era finito in carcere dopo il 1885, il suo nome in quegli elenchi non si sarebbe comunque trovato.

Colgo l’occasione per esprimere pubblicamente un elogio all’ottimo contributo di Valerio Scrivo, che nel libro ha curato il profilo geografico e criminologico.

venerdì 24 giugno 2016

Due minuti a Baccaiano (3)


Campo dietro la piazzola, forse il luogo dove MdF intendeva operare le escissioni

Panorama dalla via di Poppiano / via Volterrana: la prima fila di alberi delimita il corso del Virginio, la seconda via Virginio Nuova. Il luogo del delitto è oggi invisibile dall'alto.

Quel che rimane oggi della piazzola del delitto; la vegetazione è molto più alta e rigogliosa rispetto alle foto dell'epoca.

A questo punto, per situare il delitto nel tempo, abbiamo tre auto anziché due. L'auto A, del teste Francesco C., che fa scuola guida e passa quando la FIAT 127 delle vittime è ancora nella piazzola e prosegue in direzione di Fornacette. L'auto B che procede in direzione opposta, incrocia l'auto A poco prima del bivio per Poppiano e passa davanti alla piazzola quando l'auto è già nel fosso, arriva a Baccaiano e torna indietro per accertare meglio cosa sia successo. E l'auto C, che segue il tragitto dell'auto A (ovvero da Baccaiano a Fornacette) dopo un tempo non determinabile, i cui occupanti addirittura sentono gli spari poco dopo avere imboccato via Virginio Nuova (ovvero ca. 600 metri prima del luogo del delitto), passano davanti alla piazzola, vedono l'auto apparentemente incidentata, hanno l'impressione che dentro ci sia qualcuno, cosicché arrivati all'altezza del bivio per Poppiano invertono la marcia e tornano anch'essi sul luogo del delitto, arrivando più o meno in contemporanea ai ragazzi dell'auto B. Concetta, passeggera dell'auto C, nell'udienza del 19 dicembre 1997 ha naturalmente ricordi piuttosto vaghi; ma dalle domande dell'avvocato Filastò si desume che all'epoca avesse dichiarato, sostanzialmente: che le sembrava di aver incrociato una sola macchina proveniente dalla direzione opposta (che ben poteva essere, infatti, l'auto B) e di essere stata superata da due o più auto che andavano invece nella sua stessa direzione (da Baccaiano a Fornacette) a forte velocità, (NdA: ben difficilmente però queste due auto potevano provenire dal luogo del delitto, perché sarebbero state notate dagli occupanti delle auto A, B e C). Ora, ammesso che gli spari siano stati avvertiti nel mentre l'auto C era in movimento, il tempo di percorrenza è veramente ridotto; sicché è perfettamente ipotizzabile che l'assassino/gli assassini fosse/fossero ancora, non visti, sul posto. Perché tra gli spari e il passaggio di entrambe le auto dovremmo collocare, quanto meno secondo la versione ufficiale, l'auto che va a finire nel fosso in retromarcia inseguita dall'assassino (scrivo ora al singolare per comodità), lo sparo dentro l'auto, l'abbuiamento dei fari, in parte a colpi di pistola in parte con un corpo contundente, la sottrazione delle chiavi per spegnere definitivamente le luci, il lancio delle chiavi sulla cunetta e quanto meno un principio di allontanamento o nascondimento per non essere notato. Insomma, tra gli spari che vennero sentiti dalla coppia Concetta e Graziano e il loro passaggio davanti alla piazzola il tempo per spostare dietro il corpo del Mainardi, mettersi alla guida, finire nel fosso, spegnere i fari, andare via, MdF a mio parere proprio non ce l'ha.

Torniamo al libro da cui siamo partiti, di cui ripetiamo il titolo: "Mostro di Firenze - Al di là di ogni ragionevole dubbio". Gli autori non entrano nell'annosa polemica sulla posizione del corpo del Mainardi all'interno dell'autovettura; una polemica che risale in pratica alla notte stessa del delitto, quando i militi della Croce d'Oro Allegranti e Gargalini dissero che la vittima maschile si trovava sul sedile posteriore accanto alla ragazza, per cui, delle due l'una: o non era stato lui a finire nel fosso, oppure era stato spostato da qualcuno (che naturalmente doveva identificarsi nell'assassino) dopo il tentativo di fuga. Si tratta di una controversia forse irrisolvibile. Già nell'immediatezza del fatto gli inquirenti (i P.M. Izzo e Della Monica) si trovano da un lato dei testi piuttosto incerti e recalcitranti (i primi intervenuti, ossia i passeggeri delle auto B e C) che dicono che il Mainardi era davanti; questo gruppo di testi è peraltro confortato da importanti riscontri oggettivi (il sangue sul sedile anteriore e nell'intercapedine dello sportello sinistro, si veda la testimonianza Ulivelli dello stesso 19 dicembre 1997, purtroppo confusissima per colpa degli avvocati). Dall'altra, due dei soccorritori, che senza dubbio sono entrati nell'auto e hanno estratto il corpo della vittima, i quali molto decisamente e nonostante gravi pressioni contrarie (a quanto dichiarano) fin dal primo momento e anche in udienza affermano che la vittima era dietro (sul sedile posteriore accanto alla ragazza). Ritengo che sia necessario salvare questa testimonianza diretta, di persone che, a differenza dei primi intervenuti, sono entrati nell'auto e hanno materialmente spostato il cadavere (tra l’altro alterando obbligatoriamente la scena, si veda ad esempio il problema del sedile di guida, dritto, abbassato o reclinato in avanti). Un ragionevole compromesso è rappresentato da quanto dirà il teste Mario D.L., arrivato in concomitanza con i militi della Misericordia: <<notai che il ragazzo si trovava disteso con le gambe sul sedile anteriore e il corpo a bocconi nell'intercapedine fra i due sedili, con la testa adagiata sul sedile posteriore nella parte centrale (...) Preciso che lo schienale del sedile anteriore sinistro era reclinato (NdA: elemento questo di discordanza con Gargalini).>>

Chi ha letto fino a questo punto, immaginerà già che non sarò certo io a risolvere "l'enigma di Baccaiano". Osservo soltanto che, se i dati scientifici corroborano una prima posizione e due testi che hanno lavorato dentro l'auto a contatto con il corpo danno per certa una seconda, beh, non si può escludere che qualcosa sulla scena sia cambiato nel frattempo. Insomma, quando il delitto viene scoperto sono all'incirca le 23.50/55; quando arriva l'ambulanza e ritornano sulla scena anche i primi testimoni è senz'altro mezzanotte passata. L'assassino era lì; in quel lasso di tempo, che possiamo ipotizzare in circa quindici minuti, qualcosa può essere successo per dar conto di due scene del crimine che sembrano diverse.

Sia come sia, supporre un intervento di MdF dopo che i primi soccorritori sono andati a chiamare i soccorsi può essere intrigante, ma ha scarsa valenza probatoria. L'interesse principale nella ricostruzione dell'episodio è infatti verificare o falsificare la versione Lotti; e Lotti, dopo la sparatoria, seppur "piano piano" se n'è andato; sicché, qualunque cosa sia successa dopo, il nostro reo confesso ha buon gioco a sostenere di non saperne nulla. Ben giustamente quindi gli autori del libro si concentrano sulla scena principale narrata dal Lotti e confermata dalle sentenze: arrivo dei CdM, posteggio, discesa, spari, fuga dell'auto, nuovi spari. E confrontandone lo svolgimento con le osservazioni dei testi che si trovarono a passare sul quella strada nel medesimo lasso di tempo ne affermano, a ragion veduta, l'impossibilità.

Ritengo che dobbiamo essere molto grati agli autori per la riscoperta di queste testimonianze che nei processi non vennero prese in considerazione per quanto meritavano. E chiudo dicendo che, se quello di cui ho parlato è la vera "novità" del libro, tutta l'opera è interessante, ben scritta, accurata e altamente consigliabile agli appassionati e la cronologia 1968-2000 contenuta nella prima parte è uno strumento prezioso per lo studio del caso.

(FINE)