lunedì 31 marzo 2014

L'alibi di Salvatore (3)


Ambiguo, dal latino ambigere, essere incerto, è in italiano ciò che fa dubitare, cui si può dare una doppia interpretazione.
Vediamo cosa dice l'altro compagno della presunta partita a biliardo al circolo ACLI di Prato la sera del 21 agosto 1968. Premesso che Salvatore lo cita come teste a discarico già nell'interrogatorio della notte del 24 agosto insieme a Nicola A., il Silvano V. non viene sentito nell'immediatezza dai Carabinieri, ma solo il 27 maggio 1969 da G.I. e P.M. Il verbale non mi è disponibile, ma il contenuto è riassunto nel Rapporto Torrisi, in termini di conferma dell'alibi di Salvatore, già a suo tempo confermato, nella maniera che abbiamo visto, da Nicola A.; Silvano confermerà nuovamente il fatto in sede di processo (1970). Sedici anni dopo, il teste, che, ricordiamolo, è figlioccio di Salvatore, viene nuovamente interrogato. Citiamo il Rapporto Torrisi:
Il 28 ottobre 1985, dinanzi al Giudice Istruttore ed al P.M., l'altro teste citato dal VINCI, V. Silvano, chiarisce che, dell'alibi di Salvatore VINCI, gli è stato chiesto, solo un mese o poco più, dopo il delitto, quando già lui è venuto a conoscenza che MELE Stefano ha accusato gli amanti della moglie e quindi anche Salvatore. Infatti, incontrandolo al bar, Salvatore gli conferma che Stefano in un primo momento ha accusato Francesco e quindi anche lui, e così gli dice testualmente: "GUARDA CHE TU SEI TESTIMONE PERCHÉ IO QUELLA SERA ERO A GIOCARE CON TE…" facendo riferimento anche ad un ragazzo biondo che all'epoca abita con lui. Il V. prosegue affermando che è probabile che lui sia stato a giocare con Salvatore e questo ragazzo, ma di non essere ovviamente in grado di stabilire se si tratti di quella sera o di un'altra. (…)Il VARGIU conclude affermando di non essere in grado di precisare se si tratti di una sera o di un'altra in cui è stato a giocare a biliardo con Salvatore e di essersi fidato di lui.
Lascio ogni conclusione ai lettori. Non vi è nulla da fare: sulla base di queste dichiarazioni non si può dichiarare l'alibi di Salvatore falso o fallito, ma sostanzialmente inverificabile, come era facilmente prevedibile per una verifica a posteriori fatta a 18 anni di distanza dal delitto. Il personaggio di Salvatore non sfugge alla drammatica ambiguità in cui è avvolto dal suicidio della prima moglie nel 1960 alla conclusione del processo di Cagliari del 1988 – e per molti, ancora oggi.
 

 

sabato 29 marzo 2014

L'alibi di Salvatore (2)


Nel libro, su questo episodio mi ero espresso abbastanza velocemente, scrivendo:

Quanto all'alibi per la notte del 1968, si è già detto: tutti i nominati, che sarebbero partecipanti ad una partita a biliardo al bar di Lastra a Signa quella sera, sono amanti o ex amanti di Salvatore, che tra l'altro cambia un nome in itinere. Silvano Vargiu, già inquisito, ammette di non ricordare la data e di essersi affidato al ricordo – e alla richiesta – di Salvatore Vinci. Degli altri due, l’unico interrogato già all'epoca (1968) dal sostituto procuratore Caponnetto, aveva chiarito di non sapere neppure in che giorno si fosse, l'altro, amico del cuore di Salvatore, non ricorda nulla. Il G.I. Rotella, al termine di una lunga e complessa ricostruzione, ritiene che l'evento reale (la partita a biliardo al bar che funge da alibi) sia avvenuta la sera prima del delitto. Ma come si fa a contestare dopo 18 anni (!) un alibi ritenuto valido due giorni dopo il fatto?
 

Della testimonianza di Nicola A. è gran discorso nel rapporto Torrisi, che ovviamente, dovendo sostenere la colpevolezza di Salvatore, è costretto a smontarla.  E in effetti il modo in cui si perviene a confermare l'alibi di Salvatore è rocambolesco, in quanto all'inizio il teste, ai carabinieri e poi al P.M. riferisce la partita di biliardo a Prato al martedì sera (anziché alla sera del delitto, mercoledì), facendosi poi convincere quasi a fatica dal magistrato a cambiare idea sull'effettiva data dell'accaduto. Torrisi spiega il qui pro quo facendo notare che una sera della settimana mancava al conto in quanto il venerdì il teste, dopo l'indicazione del proprio alibi da parte di Salvatore, era stato prelevato dai carabinieri per essere sentito. Le due sere successive al delitto (rectius alla partita a biliardo) che ha in mente il testimone sarebbero quindi mercoledì e giovedì e la partita si sarebbe svolta il martedì, con il che l'alibi di Salvatore per la serata giusta crolla clamorosamente. Nel rapporto Torrisi non sono descritti gli avvenimenti di codesta seconda sera, che nel calcolo dell'inquirente sarebbe quella del giovedì. Purtroppo, queste precisazioni, che sembrano ricomporre in maniera armoniosa e utile alle indagini su Salvatore tutto il decorso della settimana 18-24 agosto 1968 vengono date nell'ottobre 1985, ossia più di diciotto anni dopo i fatti. In altre parole, bisogna pensare e credere che il testimone, che nell'immediatezza non sapeva neppure quale fosse il giorno della settimana in cui veniva interrogato, dopo aver confermato la primitiva versione al processo del 1970 e addirittura quando interrogato dal G.I. Rotella nel 1983, recuperi fulmineamente la memoria al momento giusto e riesca prodigiosamente a rimettere a posto tutte le tessere del puzzle.  

Ma vi sono altre possibili interpretazioni, più malevole. Nulla vieta di pensare che Nicola A. fosse consapevole che l'alibi era falso, volesse con ciò reggere bordone a Salvatore, ma si imbrogliasse effettivamente sulle date per propria dabbenaggine, essendo realmente convinto, prima del conto alla rovescia fattogli fare dal magistrato, che la sera del delitto fosse quella di martedì. Questo presupporrebbe che S. gli abbia richiesto di fornirgli un alibi senza specificare quando; una cosa del tipo: "Tu dì che quella sera abbiamo giocato a biliardo". Ma quale sera?


venerdì 28 marzo 2014

L'alibi di Salvatore


Interrogatorio di  Nicola A. verbalizzato sabato 24 agosto 1968, ore 16.50 davanti al P.M. Antonino Caponnetto:

"Martedì scorso, di sera, mi sono incontrato con il S.V. al bar Sport della Briglia, insieme al quale S.vi era un suo amico che non conosco. Ci intrattenemmo nel locale dalle 21.30 alle 22.15 circa. Dopo di ciò, su proposta dell'amico di S., andammo a giocare a biliardo al circolo ACLI di Prato. Ne ripartimmo con l'auto del V. e giungemmo alla Briglia verso le 0.30".

Chiesto di nuovo al teste in quale giorno della settimana si sia svolto quanto sopra riferito, egli ripete: "Non sono in grado di precisare sul momento la data, però ricordo e ripeto che era martedì sera. Infatti la sera precedente, cioè il lunedì sera, eravamo andati a giocare a biliardo a Prato nello stesso circolo che ho menzionato prima, io, S. ed un nostro compagno di lavoro. La sera successiva, cioè il martedì sera, quel nostro compagno di lavoro si sentiva male e venne allora un amico di S. oltre a quest'ultimo e ci trovammo, come ho detto prima, al bar Sport della Biglia verso le 21.20".

Invitato il teste, onde controllare l'esattezza dei suoi interessi (?) temporali, a precisare in che modo abbia trascorso le sere successive, il teste riferisce soltanto di due serate, dimostrandosi sorpreso nell'apprendere che oggi è sabato, e convinto che fosse invece venerdì. Invitato quindi il teste a riordinare meglio i propri ricordi, dichiara: "Io posso dire soltanto che ieri mattina (e ripeto che ero convinto che fosse giovedì mattina) un compagno di lavoro, un certo Saverio mi informò che era stato commesso un delitto a Lastra a Signa, cosa che io ignoravo perché non avevo letto i giornali di questa settimana. Questo Saverio mi disse anche che il delitto era stato commesso due notti prima. (lacuna nel testo?) Quando poi alla sera i carabinieri vennero a prendere S., io ricollegai che la sera del delitto era proprio quella in cui io, S. e il suo amico Silvano eravamo rimasti assieme fino oltre la mezzanotte.

Può darsi benissimo che come la S.V. adesso mi contesta, si trattasse di mercoledì 21. Anzi, ora me ne ricordo, perché l'indomani giovedì avrei dovuto rientrare a lavorare presso il carbonificio Scaramelli, cosa che poi non feci".

NdA: La domanda da cento milioni è: quando si svolse veramente la partita a biliardo?

mercoledì 26 marzo 2014

L'enigma di Baccaiano (7)


Infine, non me ne voglia chi con pazienza e ingegno ci si è cimentato, l'enigma di Baccaiano appare irrisolvibile a causa dell'ambiguità di troppi elementi che non permettono di formulare un giudizio. Le prime testimonianze sono tra loro contraddittorie  e i reperti materiali incerti: non si conosce la posizione iniziale dei sedili, non si hanno notizie certe sulle macchie di sangue, si può temere che la posizione dei bossoli sulla strada non corrisponda a quella originale a causa del passaggio delle auto, si può pensare che il freno a mano sia stato tirato dai soccorritori. Rimane indubbio che l'assassino sparò un colpo all'interno dell'auto e levò le chiavi dal blocchetto di accensione gettandole via in prossimità dell'auto; troppo poco per presupporre una progettata fuga del Mostro di Firenze con l'auto delle vittime e il suo carico di cadaveri, come vorrebbero l'avvocato Filastò e altri, già nominati e non.

Anche in questo caso, come in quelli precedenti, le indagini furono deficitarie: si veda la mancata repertazione, a quanto sembra, delle macchie di sangue sull'asfalto e sulla fiancata dell'auto e l'insufficiente valutazione dello sparo attraverso il parabrezza. Certo non si poteva all'epoca supporre che questi particolari sarebbero stati quindici anni dopo fondamentali per valutare l'attendibilità di un colpevole confesso e chiamante altri in correità. Bisogna peraltro sottolineare che nel caso di specie il Lotti si cava elegantemente d'impaccio da sé (dimostrando forse di essere un po' meno grullo di quanto sembri), asserendo di essersene andato prima della fine dello spettacolo; al che, ogni possibilità di smentita viene troncata ontologicamente. Così riporta il succo delle sue dichiarazioni il P.G. nel processo di appello: "Mha, un l'ho visto bene, un l'ho visto un son sicuro di dire proprio preciso".

Su Baccaiano ci sarebbero naturalmente molte altre cose da dire; questi post si sono limitati a descrivere alcuni tentativi di ricostruzione. Ci sarà un seguito, forse.

martedì 25 marzo 2014

L'enigma di Baccaiano (6)


Il forumista Accent ha prodotto la ricostruzione più dettagliata del delitto di Baccaiano, in uno scritto intitolato "Il Mostro e la legge di Murphy" diffuso in rete.

Sintetizzando molto, la sua idea è che il ragazzo fosse ancora sul sedile di dietro, ma accortosi dell'arrivo di uno sconosciuto si sia proteso verso il volante sopra il sedile anteriore per accendere il motore, trovandosi quindi al momento dell'inizio della sparatoria con il volto all'altezza del finestrino sinistro (da qui l'abbondante sangue sul sedile e le ferite da schegge di vetro): tale movimento allo scopo di girare la chiavetta di accensione per far spostare la macchina pur stando ancora con la parte inferiore del corpo sul sedile posteriore. A comprova viene citato un analogo (ma certo non identico) episodio di cui alla testimonianza Iandelli al processo Pacciani del '94, il quale Iandelli avrebbe fatto più o meno la stessa cosa per sottrarsi all'attacco di un presunto Pacciani-Mostro (ma non risulta che il teste fosse sul sedile posteriore).  Colpito mortalmente il ragazzo, a girare nuovamente la chiavetta di accensione sarebbe stata poi la ragazza, facendo indietreggiare l'auto a balzelloni fino al centro della carreggiata, inseguita a pistolettate dall'assassino (colpo che sfonda il parabrezza, ma può ferire solo superficialmente la vittima in quanto frammentatosi all'impatto col vetro). A quel punto il Mostro apre lo sportello sinistro (provocando la famosa colatura di sangue in verticale e una macchia di sangue sull'asfalto, di cui sono testimonianze giornalistiche, ma a quanto pare non reperti scientifici), ha una colluttazione con la ragazza, uccide la malcapitata con un colpo alla testa (bossolo all'interno dell'auto), si mette alla guida dovendo solo ributtare indietro il busto del ragazzo che era rimasto proteso in avanti, finisce fuori strada eccetera.

Il meccanismo dell'azione è ingegnoso e darebbe conto di alcune cose altrimenti non spiegabili (la frattura al naso della ragazza, il sangue sulla fiancata dell'auto e sulla strada), ma non so giudicare quanto credibile il fatto che ci si voglia sottrarre ad un attacco avviando il motorino d'accensione mentre si è ancora sul sedile posteriore. Naturalmente in pochi attimi di presentito rischio mortale si possono compiere gesti inusuali e sostanzialmente disperati, per cui la ricostruzione non si può escludere. Rimane peraltro insanato e insanabile, in quest'ottica, il contrasto tra le testimonianze dei primi testimoni e quelle dei soccorritori; come pure il sedile anteriore sinistro sarebbe stato reclinato all'indietro addirittura nella fase di sopralluogo delle FdO (mentre i primi testimoni affermano abbastanza chiaramente che fosse già reclinato all'indietro al loro arrivo).

Quanto al colpo sul parabrezza, che nella versione ufficiale sarebbe stato sparato alla fine della serie e sarebbe uno di quelli che sfondano il cranio della vittima maschile, un esperto esclude, dopo adeguate prove, che un colpo di calibro 22, dopo aver attraversato il vetro del parabrezza, fosse ancora in grado di trapassare le ossa del cranio; si tratterebbe quindi del proiettile che colpisce superficialmente il volto della ragazza. Eppure, la posizione del foro corrisponde in maniera singolare con la testa di un guidatore girata verso destra nell'atto consueto di fare retromarcia.

lunedì 24 marzo 2014

L'enigma di Baccaiano (5)


Anche la posizione dei bossoli, se è effettivamente quella originaria, sembra favorire di più la versione ufficiale, poiché indica spari da diverse direzioni: tre nella piazzuola all'altezza del finestrino sinistro nella posizione primitiva dell'auto; due ancora nella piazzuola, ma in posizioni diverse, come se lo sparatore stesse inseguendo l'auto che si allontanava in retromarcia, gli ultimi tre davanti all'auto nel fosso, due destinati ai fari ed uno che colpisce il parabrezza e probabilmente il ragazzo.

Mario Spezi in "il Mostro di Firenze" propende per l'idea che, se la versione dei barellieri è vera, il corpo del ragazzo sia stato spostato; ma poiché spostare un ragazzone dai sedili anteriori a quelli posteriori sarebbe stato impossibile per un uomo solo, si dovrebbero ipotizzare più assassini. Il suggerimento però rimane a quanto sembra inascoltato; anche da Spezi stesso, che nel successivo Dolci colline di sangue fa entrare il mostro (singolo) in auto per cercare di levarla dal fosso, glissando sullo spostamento del corpo del ragazzo che venti anni prima gli era sembrato impresa impossibile.

Dopo di che, quasi tutti gli appassionati e studiosi del caso, in libri, articoli, blog si sono esercitati sulla possibile dinamica dell'omicidio. Il ben noto De Gothia propone nella "Notte dei Salami" una versione in parte simile a quella di Filastò, corroborata dall'evidenza, tratta da una foto dell'epoca, di una colatura di sangue sotto lo sportello sinistro dell'auto che corre in senso perfettamente verticale,  il che dimostrerebbe che lo sportello fu aperto quando l'auto era in piano. E dove avrebbe potuto venire aperto in piano se non nella piazzuola e da chi se non dal mostro e perché se non per mettersi lui stesso alla guida dopo aver spostato all'indietro il corpo della vittima, allo scopo di portare l'auto in luogo riparato per compiere in tranquillità le escissioni? La tesi è ingegnosa, ma non risolve le contraddizioni tra i testimoni che vedono la vittima sul sedile anteriore (che in tal caso avrebbero clamorosamente sbagliato) e i soccorritori che dicono di aver estratto il ferito dal divanetto posteriore. Anche il foro di proiettile sul parabrezza non è adeguatamente spiegato.

Antonio Segnini, invece, ritiene che ambedue i gruppi di testimoni abbiano visto bene, ma che nel passaggio tra il primo e il secondo gruppo il Mainardi si sia spostato da solo, per quanto mortalmente ferito, sul sedile posteriore; il che non appare in linea con le perizie mediche che danno il ragazzo in stato di incoscienza dopo i primi tre colpi.

venerdì 21 marzo 2014

L'enigma di Baccaiano (4)


Vediamo ora le diverse ricostruzioni che sono state proposte per spiegare la dinamica della scena. Di quella ufficiale, consacrata nelle sentenze del processo ai Compagni di merende, si è già detto. La principale versione alternativa è quella che fu sostenuta dal difensore di Mario Vanni nei medesimi processi e sviluppata nel noto volume "Storia delle merende infami". Il Mostro dopo una prima fase della sparatoria contro le due vittime entrambe ancora sedute sul divanetto posteriore (cinque bossoli sulla piazzuola) in cui viene ferito mortalmente il ragazzo e solo superficialmente la ragazza, sale sull'auto nell'intento di spostarla in un luogo più appartato dove compiere le escissioni, inserendosi in retromarcia sulla provinciale; infastidito poi dai movimenti  della ragazza ferita, si volta sparandole in fronte per finirla (bossolo trovato all'interno dell'auto; ma perché aspettare di essere in movimento? Le escissioni furono sempre compiute su vittime morte, non vi era quindi interesse a tenere in vita la ragazza), ma nel far questo perde il controllo dell'auto, finendo nel fossetto dall'altra parte della strada. Non riuscendo a disincagliare l'auto dal fosso, al Mostro non rimane altro che dileguarsi prima che arrivino automobilisti curiosi; estrae e butta le chiavi, ma (forse) i fari rimangono accesi; uscito dall'auto li abbuia sparandogli contro, spara l'ultimo colpo contro il parabrezza, probabilmente colpendo il ragazzo ancora vivo (e che peraltro rimarrà in vita, per senza poter parlare, fino al mattino dopo; e anche qui si potrebbe chiedere perché aspettare questo momento assai critico, in piena esposizione in mezzo alla carreggiata); e sarebbero questi i tre bossoli corrispondenti agli ultimi tre colpi, ritrovati sulla carreggiata di fronte al muso dell'auto; infine se ne va nella notte. Il tentativo sarebbe quello di non rendere drammaticamente visibile la scena agli automobilisti di passaggio, come sarebbe stato lasciando la portiera aperta e le luci accese; in effetti, i primi testimoni a passare notano l'auto di traverso e infossata, ma pensano ad una manovra sbagliata del guidatore, non vedono nessuno e proseguono, tornando poi qualche minuto dopo sulla scena per un ripensamento.

Cosa non torna nella ingegnosa ricostruzione offerta dall'avvocato Filastò?

In primo luogo appare molto dubbia già l'idea, che l'assassino avrebbe avuto dall'inizio, di uccidere e poi andarsene con l'auto in giro per la campagna (ma dove?) con due cadaveri a bordo (e come sarebbe poi tornato al proprio mezzo di locomozione? camminando lungo lo stradone?); quando sul retro della piazzuola, contornata da vegetazione discretamente alta, si accedeva facilmente ad un campo sottostante (una scena che ricorda il delitto del giugno 1981 e ritornerà in quello del 1984)…

In secondo luogo, la permanenza del Mainardi sul sedile posteriore non è compatibile con le abbondanti tracce ematiche sul sedile anteriore, che difficilmente possono essere state lasciate da un momentaneo spostamento del corpo, comunque ipotetico, nelle manovre di estrazione dall'auto.

mercoledì 19 marzo 2014

L'enigma di Baccaiano (3)


Occorre chiarire che i diversi tentativi di ricostruzione effettuati nel corso degli anni non hanno il compito precipuo di risolvere per mero piacere intellettuale gli enigmi sollevati da una scena del crimine estremamente confusa e incerta; bensì di avvalorare o sconfessare la parziale descrizione del fatto fornita da Giancarlo Lotti, che confermò la teoria accusatoria ufficiale: Pacciani che fa fuoco, il ragazzo alla guida che ai primi spari mette in moto l'auto in retromarcia, finendo nel fosso all'altro lato della strada. Conferma molto incerta, nel più autentico stile di Lotti, in occasione dell'incidente probatorio:

PM:"Dove venivano sparati i colpi?"
Lotti:"Sul davanti della macchina"
PM"Sul Vetro?"
Lotti:"Sul Vetro. poi dopo gli spari mi allontanai, non stessi li..."


Lotti: "Di li' la macchina si sposto' e venne verso la parte opposta di qua. E poi credevano che non avesse sparato... eppoi si sposto' la macchina e li ripresero per bene"
PM: "Cosa vuol dire per bene, spararono ancora?"
Lotti: "Aspettavano andar via la macchina...a muoversi la macchina...e allora andettero di la' e di li'. Li fermarono li...non si mossero piu'"

E in dibattimento:

"Quando veddi che avevano finito di sparare presi e andetti via e mi fermonno. Pietro dice:-te un tu vvai via-, e come un vo via?! E prese... a questo punto io che facevo lì? Poi piano, piano mi fecero andar via"


I verbi sono al plurale (andettero, li fermarono, avevano finito), ma dubito che vista la primitività del linguaggio lottiano questo possa dare adito a soverchie interpretazioni.  Il Vanni c'è, ma è come se non ci fosse. E' evidente che Lotti non sa cosa succede dopo la sparatoria; e questa è una costante, Lotti non aggiunge alla conoscenza dei fatti mai nulla che sia realmente inedito.

Con sorprendente tautologia, la sentenza di appello ritiene la versione ufficiale provata in quanto confermata dal Lotti; mentre era proprio la credibilità del teste, reo confesso e chiamante in correità, che avrebbe dovuto essere riscontrata.  Infatti si scrive:" tale ricostruzione (il riferimento è alla versione alternativa, proposta dall'avvocato Filastò) è stata giustamente ritenuta priva di fondamento dalla Corte di Assise di Firenze sia sulla base delle dichiarazioni del Lotti Giancarlo che ha affermato di aver visto nel corso della retromarcia che alla guida della FIAT 127 vi era un ragazzo e non già il Pacciani che lui ben conosceva…". Con il che, il teste diventa egli stesso prova della propria veridicità.

L'enigma di Baccaiano (2)


Nella sentenza di appello CdM si trova un utile riepilogo delle dichiarazioni dei molti testimoni che accorsero sul posto, in tempi diversi, dopo l'omicidio.
La testimone BC dice che il ragazzo era disteso sul sedile di guida  che si trovava in posizione obliqua (bisogna intendere "reclinato all'indietro").
Il testimone MG dice che il ragazzo era al posto di guida.
Il testimone P.A. dice che sul sedile di guida, che era disteso (reclinato), si trovava la vittima, anch'essa distesa in posizione supina. In udienza aggiunge che la testa del ragazzo era sul sedile posteriore.
Il testimone C.S. dice che il ragazzo era molto reclinato all'indietro (frase di non facile interpretazione, se non facendo riferimento allo schienale del sedile di guida).
Il teste C.F. dice che il corpo di lui era sul sedile di guida in posizione supina.
Questi citati sono i testi che vedono la scena prima degli altri e danno l'allarme a carabinieri e Misericordia (Croce d'oro).
Dei quattro militi della Croce d'oro, due non hanno visto, non sanno o non ricordano; il teste A.L. insiste che il corpo del giovane si trovava sul sedile posteriore un po' accasciato; il teste G.S. riferisce una cosa interessante: il corpo della vittima era sul sedile posteriore accanto alla ragazza (che si trovava, questo lo sappiamo con sufficiente certezza, sulla destra) e che lui si era poggiato sul sedile di guida e si era allungato per togliere la sicura dal finestrino lato passeggero.  Quest'ultimo particolare contrasta con l'idea sempre ripetuta che lo sportello di sinistra fosse bloccato (a meno che i soccorritori non abbiano forzato anche quello, come fecero con il destro, ma non ne trovo traccia). D'altronde, se era possibile aprire lo sportello sinistro e se il ragazzo fosse stato ancora sul sedile di guida, perché il corpo sarebbe stato tirato via dai due militi della Croce d'oro dalla parte destra, obbligandoli a forzare lo sportello?
Il teste DL.M. ristoratore, giunto forse qualche attimo prima della Croce d'oro, riferisce che "il ragazzo era disteso con le gambe sul sedile anteriore e il corpo a bocconi nell'intercapedine tra i due sedili  con la testa sul sedile posteriore verso il centro. La testa del ragazzo quasi poggiava sul fianco della ragazza. Per estrarre il ragazzo abbiamo alzato lo schienale del sedile anteriore sinistro (che quindi era in effetti inizialmente reclinato all'indietro e venne poi basculato in avanti) e spinto il sedile verso il volante".
Fatta la debita tara sulle diverse espressioni verbali e impressioni fugaci che ciascuno può aver ricevuto nell'immediatezza, sembrerebbe che i due gruppi di testimoni (da una parte i quattro giovani che danno l'allarme, dall'altra i militi della Misericordia e il ristoratore) abbiano visto, all'interno dell'auto, due scene parzialmente diverse. Infatti, i due militi che hanno estratto il corpo sono concordi nel dire che la vittima maschile era – in qualche misura – dietro (anche se un accenno simile si ritrova nella testimonianza di P.A. (non nel 1982 però, ma solo nell'udienza del 97: "la testa del Mainardi era sul sedile posteriore").

martedì 18 marzo 2014

L'enigma di Baccaiano



Anticipando la pubblicazione delle trascrizioni delle relative udienze in "Insufficienza di prove", con riserva di tornarci su in seguito, cominciamo a leggere la ricostruzione della scena di Baccaiano contenuta nella sentenza di I grado "Compagni di Merende".

Su un paio di cose non c'è, che io sappia, discussione alcuna: la retromarcia è innestata, il sedile di guida è inzuppato di sangue nello schienale e sulla seduta; la ragazza è morta sul sedile posteriore lato di sinistra. I problemi sorgono sulla posizione della vittima maschile. Vi sono quattro testi che si avvicinano all'auto nella fossetta e riferiscono di aver visto il ragazzo (Mainardi) al posto di guida, ferito e rantolante; questo quando vengono interrogati subito dopo il fatto (dichiarazioni del 21.06.82), mentre in udienza, 15 anni dopo, due confermeranno, mentre altri due non saranno più sicuri.

Un altro teste, a quanto pare, passò sulla via Virginio Nuova prima dell'omicidio vedendo l'auto nella piazzuola con la luce interna accesa e ripassò pochi minuti dopo, quando l'auto era già infossata e vedendo il Mainardi alla guida. Interessante la testimonianza del gestore del bar di Baccaiano che, intervenuto prima dell'autoambulanza, vide "lo schienale del sedile di guida reclinato all'indietro e il Mainardi disteso con le gambe sul sedile di guida, col corpo nell'intercapedine tra i due sedili anteriori e con la testa adagiata sul sedile posteriore nella parte centrale" (21.6.82 e 19.12.97).

I barellieri dell'ambulanza riferiscono in udienza che Mainardi era sul sedile posteriore; due di essi non erano però sicuri della posizione del ragazzo al momento dell'interrogatorio del 22.06.82, mentre il 19.12.97 la ricorderebbero bene. Rimangono due su quattro testimoni che sia nel 1982 sia nel 1997 confermano con certezza che il ragazzo era dietro (uno di essi, il ben noto Allegranti, era il conducente dell'ambulanza, ma è credibile che abbia dato una mano a estrarre il ferito dall'abitacolo, come lui stesso riferì). Occorrerebbe chiedersi se il sedile di guida era reclinato all'indietro (a dire il vero, non se ne comprenderebbe il motivo) già al momento dell'attacco, se lo fosse quando l'auto fu vista da vicino dai primi quattro testimoni (che non ne fanno parola); se tra la scena vista dai primi 4 e quella vista dal barista pochi minuti dopo, che mi sembra molto significativa, si possa situare un intervento esterno al quale si debba lo spostamento all'indietro (non sul sedile posteriore, ma a metà) del corpo del ferito.

Non è neanche ben chiaro se il sedile anteriore sinistro sia effettivamente reclinato all'indietro e di quale angolatura (De Fazio scrive "leggermente reclinato") o, al contrario, basculato parzialmente in avanti verso lo sterzo, come scrive l'avvocato Filastò nella sua Storia delle Merende Infami, citando una relazione di polizia scientifica che è comunque posteriore al primo intervento dei soccorritori, che hanno senza dubbio alterato la scena. Sembra chiaro che un sedile reclinato all'indietro porterebbe ad escludere che la vittima maschile, di notevole corporatura, fosse già all'inizio sul sedile posteriore, per semplice mancanza fisica di spazio. Ciò contrasterebbe del resto con l'abbondante sangue presente sul sedile anteriore e sarebbero abbastanza incongrui gli spari attraverso il finestrino anteriore sinistro e ancor più i frammenti di vetro sull'avambraccio sinistro della vittima.

lunedì 17 marzo 2014

Una famiglia quasi normale


Classicamente, si ritiene che i serial killer, come pure i violentatori sessuali e i pedofili, ripetano, spesso estremizzandoli,  episodi di violenza subiti in famiglia o comunque nell'infanzia. Perugini riteneva, non so su quali basi, che Piero Pacciani fosse stato abusato dalla madre. Le statistiche sembrano confermare  questo concetto generale, dal quale è comunque difficile discernere (nel senso etimologico di : separare) le componenti genetiche, soprattutto quando la storia di violenza subita è famigliare. Ultimamente si parla di una comunità che avrebbe potuto fornire un terreno di coltura ideale per un gruppo di assassini psicopatici sessuali

Nel caso criminale del Mostro di Firenze, un nucleo famigliare entra sotto i riflettori nel 1968 e non ne esce, in realtà, più in maniera definitiva, essendo sottoposto all'attenzione di investigatori poi trasformatisi in scrittori e giornalisti anch'essi con il vezzo di scrivere.

Il fratello maggiore G. sarebbe affetto da una lesione cerebrale. Il minore, F., è sano di mente, (esiste una consulenza di parte), ma da ragazzo fu gravemente leso (?). Il fratello di mezzo, S. fu picchiato gravemente dal padre all’età di 10 anni, era sordo dall’orecchio destro. La moglie di F. da parte sua accusò il marito di averle causato danni all’udito a furia di botte. F. subì un processo per concubinato con la prima vittima femminile. G. intrattenne una relazione incestuosa con la sorella minorenne. I figli di F. furono sottratti alla famiglia e dati in affido/adozione. La seconda moglie di S. lo abbandonò per due volte, per sfuggire alle sue violente parafilie; sulla fine della prima, stendiamo un velo; è possibile che sia stata uccisa, anche se il marito fu assolto. Dopo l'assoluzione, S. è scomparso. Il figlio maggiore lo odiava; anch'egli è stato sospettato, da un giornalista, di essere il MdF; secondo un investigatore privato, avrebbe invece collaborato agli omicidi con lo zio F.

F. morì assassinato e bruciato in macchina con un amico, poco prima del processo a Piero Pacciani. Uno dei figli morì per overdose. Probabilmente tralascio alcune cose.

Può questo tempestoso ambiente familiare fungere da humus per un lustmoerder?

sabato 15 marzo 2014

La versione di Pucci (2)


Anche nel processo di appello il consigliere relatore non sembra conoscere (o, meglio, preferisce ignorare) la versione alternativa fornita da Valdemaro Pucci:

questo Lotti a sua volta, si viene a scoprire, ed era ora, siamo nel '96, se ne accorgono nel '96, di queste cose che il Lotti, aveva rapporti di amicizia e continua frequentazione con tal Pucci Ferdinando, con il quale aveva l'abitudine, che secondo il fratello del Pucci sarebbe sana, di recarsi ogni domenica, qui, di venire qui a Firenze per andare a prostitute, poi vi dirò perché il fratello dice che sarebbe sana questa abitudine. Questo Pucci aveva rotto inopinatamente ogni rapporto con il Lotti nel 1985, suscitando le meraviglie della donna dalla quale loro andavano la domenica, che si chiama, che si chiamava e si chiama (…)

Il Procuratore Generale Propato si fa però venire dei dubbi:

Pucci, dice: "io non ho voluto avere a che fare più nulla con Lotti" ma in un altro momento dice: "il Lotti mi ha parlato degli altri omicidi dopo gli Scopeti". Questo la dice lunga sui rapporti che continuavano ad esserci tra Pucci e Lotti. (udienza del 20 maggio 1999)

Tuttavia la sentenza di appello torna a confermare la versione accolta per buona in I grado: da quel momento (si intende: delitto di Scopeti) il Pucci rompeva ogni rapporto con il Lotti con il quale non si incontrava più.

Di fronte ad una versione che sembra credibile di Valdemaro Pucci, di una molto più debole di Fernando Pucci e di una mancata spiegazione da parte di Giancarlo Lotti, che rivela la sua abituale ambiguità, tutta la questione rimane estremamente incerta, pur rivestendo, nell'ottica della ricostruzione ufficiale dei fatti, un'importanza notevole.

venerdì 14 marzo 2014

La versione di Pucci

Sulla rottura della lunga (lunga quanto in realtà non si sa) amicizia tra Giancarlo Lotti e Fernando Pucci c'è, a mio parere, molta ambiguità; e sarebbe stato forse meglio chiarire l'esatto svolgimento dei fatti, atteso che la cosa poteva essere interpretata a riscontro psicologico (o meno) di quanto dichiarato dal Pucci in merito alla sua reazione dopo aver assistito al delitto degli Scopeti.

Nell'interrogatorio in udienza del 6 ottobre 1997, sull'argomento Pucci dice soltanto (salvo errori):

F.P.: Prima succedesse il fatto s'eramo sempre insieme noi, io e lui, s'andava sempre via a Firenze la domenica sera.

F.P.: Poi io smisi di andare con il Lotti - capito? – a giro.

 

In realtà l'ordine delle frasi è inverso, ma dipende dalle domande degli interroganti e la sostanza non cambia.

Nella stessa giornata viene interrogato il fratello di Fernando, Valdemaro Pucci, il quale racconta una storia diversa. Pucci e Lotti avrebbero continuato a frequentarsi – non ricorda però se ci fu un'interruzione del rapporto,– fino al novembre 91, quando Lotti avrebbe pagato con un assegno scoperto dei generi alimentari acquistati  nel negozio di Valdemaro.  Avendo Valdemaro rimproverato Fernando per le cattive compagnie frequentate, quest'ultimo, forse per soggezione nei confronti del fratello, avrebbe effettivamente rotto l'amicizia con il poco raccomandabile Lotti. Nella versione fornita da Valdemaro, quindi, l'allentarsi della relazione tra i due non ha alcun rapporto con l'episodio di Scopeti, avvenendo ben sei anni dopo e per motivi venali.

A questo punto, il P.M. Canessa interviene facendo notare che

Invece, Fernando, ci ha raccontato che lui, dopo l'omicidio, cioè nell'85 - risulta dai verbali, così ha dichiarato - che la domenica dopo, erano d'accordo che si trovavano al solito posto, dopo l'omicidio dell'85. Il Lotti non andò all'appuntamento e lui non lo volle più vedere. Così dice Fernando.

A rigore, pure questa causale, quand'anche vera – ma sarebbe in contrasto con la disinteressata versione di Valdemaro – non sembra avere rapporto con il fatto di Scopeti, essendo solo una ripicca per un appuntamento mancato la domenica successiva: Lotti avrebbe "tirato un pacco" a Pucci, il quale se la sarebbe presa. Come riferisce Giuttari (Il Mostro pag. 125), questa versione era stata data da Fernando Pucci in occasione del primo interrogatorio  (2 gennaio 1996) nel quale il teste aveva peraltro detto molte "mezze verità" che avrebbe "integrato" in seguito.

La sentenza di I grado (marzo 98) aveva comunque raccolto questa versione, scrivendo in premessa che la PG aveva appurato che Lotti aveva improvvisamente rotto i suoi rapporti di amicizia con Fernando dalla domenica successiva a quella dell'omicidio degli Scopeti, senza citare la spiegazione data dal Pucci, ma allegando soltanto la giustificazione (o mancata giustificazione) data dal Lotti alla Ghiribelli, che "lui quando litiga con uno, litiga e non vuole saperne più niente"; versione riportata da Michele Giuttari in udienza del 23 giugno 97 (la sentenza erroneamente scrive 23 marzo).

La sostanza è che la testimonianza di Valdemaro Pucci, che attesterebbe una continua frequentazione dei due fino a tutto il 1991, non contestata apertamente da nessuno, viene tuttavia obliterata.
(segue)

giovedì 13 marzo 2014

Lo "zio Piero"

Torno a scrivere qualcosa sul caso del Mostro di Firenze, avendo terminato il diverso lavoro che mi ha impegnato quasi a tempo pieno nell'ultimo mese...


Intorno al racconto di Natalino sul fantomatico zio Piero, nel libro avevo scritto che "a parte alcune testimonianze vaghe e probabilmente interessate, sembra proprio che il nome venga fatto quando il bambino, circa un mese dopo il delitto, è già ricoverato nell’Istituto “Vittorio Veneto”, quindi al di fuori dell’influenza diretta dei familiari". Flanz Vinci mi fa notare che la deposizione del M.llo Ferrero al processo del 1970, sintetizzata nella sentenza Rotella, può anche essere intesa in altro modo; ossia nel senso che nell'immediatezza Natalino abbia parlato (senz'altro indotto da altri) di "Salvatore tra le canne" e che il riferimento allo zio Piero sia avvenuto solo negli interrogatori dell'aprile 69, ai quali partecipò anche Ferrero. E' senz'altro possibile; anche se a me sembra, dal tenore degli interrogatori, che quando il bambino viene escusso la prima volta il 21 aprile 1969 abbia già riferito (a Ferrero, ma non è chiaro quando) la presenza sul luogo del delitto dello "zio Piero".

Ciò detto, se il nome venisse effettivamente fuori solo dopo mesi dall'accaduto, cosa potrebbe significare? Andare più nel senso di una fantasia autoalimentata o di un ricordo parzialmente rimosso che riaffiora? E se è un ricordo, è uno zio autentico o uno zio di quelli che erano soliti accompagnare la mamma e che, casualmente, porta lo stesso nome di due zii realmente esistenti?

Sia come sia, il personaggio dello "zio Piero" rimane, come ho scritto, "una pagliuzza (o forse una trave) nell'occhio di chi guarda l'omicidio di Signa".