martedì 27 maggio 2014

A rileggerci

Ho riorganizzato in un testo e messo in ordine cronologico i pensieri sparsi su questo blog.
potete scaricare il documento da scribd:
http://www.scribd.com/doc/225937469/Storia-del-Mostro-di-Firenze-Altri-scritti

Sarò assente per qualche tempo (spero poco, anzi pochissimo) per un problema di salute.

A rileggerci.

mercoledì 21 maggio 2014

Delle testimonianze (6)

Concludo questa serie tornando sulla testimonianza di Gabriella Ghiribelli, testimone Gamma. Accertato che la data 1986 come inizio della conoscenza Ghiribelli Lotti non è un errore materiale nella consulenza Lagazzi/ Fornari, ma deriva direttamente dal testo dell'interrogatorio del 27 dicembre 1995, occorre cercare di spiegare questo dato, in quanto in palese contrasto con quanto emerso dal confronto Lotti/Pucci del 11 febbraio 1996 (dalla Sentenza di Appello, pag. 154: … i due si ricordano reciprocamente di essersi recati quella sera dalla Gabriella Ghiribelli…). 

Si possono formulare diverse ipotesi:
1. E' un errore materiale nel verbale di interrogatorio, la Ghiribelli disse una data antecedente.
2. La Ghiribelli ricorda male, l'amicizia iniziò in data antecedente.
3. La Ghiribelli mente; in questo momento storico non ha ancora deciso di contribuire anima e corpo ar pasticciaccio brutto e assume un atteggiamento prudente; meglio dire di essere entrata nel gruppo dei Compagni di Merende che sta spuntando all'orizzonte solo dopo la conclusione della serie omicidiaria.
4. La Ghiribelli dice la verità, con questo sconfessando in anticipo le future dichiarazioni di Lotti e Pucci di aver passato da lei il pomeriggio della domenica (vedi sopra).

Personalmente preferisco l'ipotesi 4: sia perché sgombra il campo da una di quelle coincidenze forzate che mi insospettiscono sempre (il doppio incontro con la Ghiribelli,  prima a Firenze nel pomeriggio e poi a San Casciano a mezzanotte), sia perché la cosa sembrerebbe confermata dalla constatazione, già citata, della Ghiribelli di aver conosciuto il Lotti quando lui aveva un'auto celestina (che sarebbe in tal caso la 124 con la quale il Lotti sostituì – in data mai realmente accertata - il 128 coupé ormai inutilizzabile).

Volendo ammettere come autentica l'ipotesi 4 avremmo dunque il riconoscimento di un'auto mai materialmente vista dalla teste – in quanto già rottamata quando i due iniziarono a frequentarsi – basato sulla somiglianza – portiera scolorita – con l'auto posseduta dal Lotti nel 1995 (!) e attribuita ad un individuo all'epoca non ancora conosciuto.

Altro che trappole della memoria: sembrerebbe un caso di scuola per le ricerche della prof.ssa Giuliana Mazzoni…
Sulle implicazioni derivanti dalla possibile inesistenza della visita alla Ghiribelli da parte del duo Lotti / Pucci quella domenica pomeriggio non mi soffermo, perché comunque non ci credevo neanche prima.


 

domenica 18 maggio 2014

Delle testimonianze (5)


Sulla stupidità o astuzia di Giancarlo Lotti si potrebbe probabilmente discutere ad infinitum e non è questo il luogo per farlo; è evidente che chi lo conobbe aveva poca stima delle sue capacità intellettuali e del resto la sua storia (almeno quella nota) parla da sé. 

Su Fernando Pucci, il teste Alfa, colui che, secondo la versione ufficiale, diede con le sue rivelazioni l'avvio alla vicenda dei "Compagni di Merende" non possono esistere soverchi dubbi: basta rileggere la sua testimonianza in udienza il 6 ottobre 1997 (pubblicata ora su "Insufficienza di Prove"), nella quale il teste non ricorda quasi nulla di quello che aveva dichiarato nei vari interrogatori dell'anno precedente, chiedendo più volte conferma in merito a quanto scritto a verbale ed adeguandovisi, modo in verità strano – e proceduralmente inammissibile – di rendere testimonianza. In sostanza, il Pucci, interrogato dagli inquirenti nel 1996 aveva ricordato con estrema precisione gli eventi di 11-12 anni prima; passato un altro anno, però, al momento di deporre in aula la memoria sembra gli faccia totalmente difetto.

Ma anche il punto di inizio dell'indagine su Pucci (2 gennaio 1996) lascia perplessi. Leggiamo come la scena è descritta da Giuttari nel suo libro:
"Si sono decisamente create le condizioni favorevoli per una domanda più diretta, e quindi gli chiedo se durante quelle <<girate>> (con Giancarlo Lotti) si fossero mai fermati nella piazzola degli Scopeti. La domanda non lo sorprende né lo turba. <<Ricordo bene che solo in una occasione ci siamo fermati in questa piazzola e ciò si è verificato circa 10 anni fa, e precisamente una domenica sera, quando rientrando da Firenze dopo la solita girata e la solita visita a Gabriella, ci siamo fermati per un bisogno fisiologico di entrambi e ricordo che fu Giancarlo a dire di fermarci in quel posto>>. Segue la narrazione ben nota, con la descrizione dei due individui ancora senza nome che minacciano la coppia di amici inducendoli ad andare via; è solo la prima versione, abbastanza cauta, di una storia che nei successivi interrogatori si arricchirà di molti, diversi e in parte contrastanti, particolari. Probabilmente il commissario Giuttari, aduso alle inchieste sulla criminalità organizzata, si sarà aspettato una travagliata ricerca della verità sommersa tra i silenzi e le mezze parole di un testimone reticente; invece, il Pucci spiattella subito, verrebbe da dire soddisfatto che qualcuno, finalmente, si sia preso la pena di chiederglielo, se mai fosse passato per via degli Scopeti e magari proprio nel mentre si stava commettendo un duplice omicidio. E si osservi la naturalezza, prontezza, precisione e nettezza della risposta, confrontandola poi con i penosi tentennamenti del Pucci del dibattimento; si consideri anche quanto credibile sia il fatto che in tutta la lunga amicizia tra Pucci e Lotti e nella loro storia di <<girate>> volte a spiare coppie solo una volta i due si siano fermati in un luogo così vicino a casa e favorevole alla loro abituale attività di voyeur; e proprio quella unica volta accada quello che Pucci in seguito racconterà: l'omicidio dei due francesi per mano di Pietro Pacciani e Mario Vanni; si noti la sicura menzione della domenica "di circa dieci anni fa" (e non era scontato, secondo il suo stesso racconto – e quelli corrispondenti della Ghiribelli - anche il sabato i due erano soliti portarsi a Firenze). Insomma, se il resoconto è fedele, sembra proprio che il teste capisca subito anche troppo bene di cosa si voglia parlare e in che termini. Il particolare del bisogno fisiologico quale motivazione della sosta sarà poi ripreso da Giancarlo Lotti, ma successivamente abbandonato per far posto ad una piena confessione, anche se a rate. Indipendentemente dal seguito, che si conosce e su cui ci si possono fare delle opinioni anche nette, ma ovviamente indimostrabili, la motivazione psicodinamica delle prime ammissioni di Pucci e Lotti resta a mio parere ancora da chiarire in maniera adeguata.

venerdì 16 maggio 2014

Delle testimonianze (4)

Vediamo ora di applicare quanto letto alle testimonianze sul delitto di Scopeti fornite dai ben noti testi algebrici presentati dalla Procura al processo di appello Pacciani e che il giudice Ferri si rifiutò di ammettere, precisando che traggo in parte le citazioni dal volume "Il Mostro – Anatomia di un'indagine" di Michele Giuttari (BUR).

Gabriella Ghiribelli riferì di aver visto la sera di domenica 8 settembre, rientrando da Firenze insieme al suo protettore, ferma accanto al viottolo che porta alla piazzola degli Scopeti un'auto di colore rosso o arancione con la portiera lato guidatore sempre sul rossiccio ma più sbiadita. Si trattava di un'auto sportiva con la coda tronca (alla fine, esaminando delle fotografie, la individuerà - sono passati però 10 anni – in una FIAT 128 coupé, un modello posseduto da Giancarlo Lotti fino al 1985). Prosegue dicendo che "Circa tre mesi fa ho avuto modo di notare la macchina del Lotti parcheggiata davanti alla biblioteca centrale, e vedendo che aveva la portiera di colore rosa mi venne spontaneo di dire al Lotti in tono scherzoso: -vuoi vedere che sei tu il mostro?-. Alla domanda del Lotti del perché, risposi che la notte del delitto degli scopeti avevo visto una macchina uguale a quella nel colore e con la portiera sbiadita di altro colore come quella sua. Lotti rimase male per questa mia affermazione e mi disse:-Cosa c'entra la mi' macchina con quella che hai visto tu?- Risposi che quella macchina sembrava uguale alla sua soprattutto perché presentava lo sportello di un altro colore ma sempre in tinta..."

E' facile capire che la Ghiribelli, riferendo l'episodio del "riconoscimento" dell'auto a tre mesi prima del suo interrogatorio sta parlando dell'auto posseduta dal Lotti nel 1995, non di quella del 1985, come le farà notare la teste Nicoletti in una telefonata intercettata. Del resto, che la Ghiribelli (Teste Gamma) non avesse contezza dell'auto usata da Lotti nel settembre 1985 risulterebbe pacifico dalla sua stessa dichiarazione di aver fatto la conoscenza del Lotti nel 1986 (citato in consulenza Fornari-Lagazzi), ossia dopo il delitto e quando il Lotti aveva oramai rottamato la famosa 128 coupé intorno alla quale si è giocata tanta parte del processo ai Compagni di Merende. Il contesto viene chiarito anche in dibattimento (udienza del 3 luglio 1997): "Sì, quando l'ho conosciuto io praticamente aveva la macchina celeste" e "Giancarlo, addirittura, veniva addirittura proprio con la macchina rossa. Però non con la macchina che dice, forse, la vorrebbe insinuare veniva con una 131 addirittura. Lo sa perchè so che l'è una 131? Perchè aveva la portiera rosa, da una parte; l'era tutta rossa meno che quella portiera rosa".

Questa discrasia venne abbondantemente discussa nel corso dei processi – sia in prima istanza che in appello (si ascolti l'arringa dell'avvocato Mazzeo, uno dei difensori di Vanni), ma entrambi i giudici decisero di non tenerne conto. Forse perché, ci spiega Giuliana Mazzoni, il fatto in sé di una confessione ha una valenza fortissima sia su chi deve giudicare sia sui testimoni terzi, tale da superare altri tipi di contraddizioni.

Il teste Delta, protettore di Gamma, conferma solo in parte la versione della Ghiribelli, in quanto riferisce anch'egli di aver visto un'auto posteggiata, ma inserisce nella scena lo stesso "mago" Salvatore, che avrebbe portato a fare una passeggiata perché molto ammalato; il particolare sarebbe riscontrato da un commento fatto tra Salvatore e Gabriella alla vista della tenda: "Beati loro che almeno scopano". Mentre secondo la Ghiribelli il motivo del passaggio per via degli Scopeti era proprio di andare a fare un'iniezione a Salvatore che era a letto gravemente ammalato. Tranelli della memoria?

mercoledì 14 maggio 2014

Delle testimonianze (3)

Traggo ancora da "Psicologia della testimonianza" (Giuliana Mazzoni per Carocci, 2011). Inserire elementi non precedentemente menzionati in una domanda produce importanti modifiche nella risposta e nel resoconto di un testimone e può comportare memorie inventate in maniera anche irreversibile. A distanza di tempo i contenuti non autentici vengono citati come parte reale degli avvenimenti a cui i testimoni hanno assistito. Questo fenomeno è particolarmente importante nei bambini, che sono più vulnerabili rispetto a domande inducenti.

Molti lavori dimostrano come sia possibile anche creare ricordi completamente falsi, ossia indurre persone a "ricordare fatti" mai realmente avvenuti. Il falso ricordo viene creato attraverso un atto di immaginazione indotta, falsi commenti di familiari, visioni di foto, parole di esperti. Alcuni partecipanti agli esperimenti hanno "ricordato" di aver volato in mongolfiera, di essere stati abbandonati dai genitori, di essere stati picchiati, di essere stati morsi da un cane ecc.; tutte cose in realtà mai accadute.

Bambini relativamente piccoli sono propensi a costruire resoconti e ad inventare, se vengono spinti a farlo (confabulazione forzata). I bambini di solito inizialmente resistono a tali richieste restando muti, mettendo in atto comportamenti di evitamento (spostano l'attenzione su altro, parlano d'altro, iniziano a giocare) oppure inizialmente negano, affermano di non sapere o che il fatto di cui viene chiesto non è vero o inventato; ma alle ulteriori insistenze di un adulto la stragrande maggioranza dei bambini cede e confabula. In uno studio del 2004, il 96% dei bambini richiesti di riferire il contenuto di un film ha inventato e raccontato quasi immediatamente una serie di avvenimenti che nel film non erano presentati; intervistati nuovamente dopo due settimane, ricordavano come parte del film il prodotto della loro confabulazione.

E' appena il caso di ricordare che a due tra i testimoni chiave del caso del Mostro di Firenze fu diagnosticato un ritardo mentale di grado medio e/o grave (anche facendo la tara, nel secondo caso, su diagnosi che potrebbero essere state compiacenti per favorire l'assegnazione di una pensione di invalidità al soggetto in questione).

lunedì 12 maggio 2014

Delle testimonianze (2)

Dopo questa introduzione a carattere generale, passiamo nello specifico alla testimonianza di Natalino Mele. Nei suoi libri, Giuliana Mazzoni ci spiega – con abbondanza di esempi, tratti in verità da casi di presunti abusi sessuali – che i bambini possono ricordare ed essere testimoni attendibili solo a patto che gli interrogatori (o meglio le interviste o conversazioni protette) siano condotte da personale specializzato con tecniche adatte a non influenzare in alcun modo il racconto spontaneo del bambino. Occorre sempre evitare ogni domanda suggestiva, ogni menzione di elementi non già spontaneamente descritti dal teste, ogni atteggiamento minaccioso o premiale; in caso contrario, il bambino semplicemente si adegua a quanto ritiene che l'interrogante voglia sentirgli dire, fino a creare falsi ricordi interiorizzati di fatti mai avvenuti. Viene descritto l'esperimento condotto dallo psicanalista belga Julien Varendonck già all'inizio del secolo scorso. Varendonck aveva chiesto a due gruppi di bambini di età tra i 7 e i 12 anni di che colore fosse la barba del loro maestro. Sedici su ventinove bambini del primo gruppo e diciotto su diciannove bambini del secondo gruppo (i più grandicelli!) avevano risposto che la barba del maestro era marrone o nera; ma la risposta giusta era che il maestro non aveva la barba. Le risposte erano dunque state condizionate in primo luogo dalla domanda fuorviante e, sulla base di questa, dalla fantasia infantile. Varendonck aveva concluso che, per la propria suggestionabilità e tendenza a compiacere gli adulti ed a fantasticare, i bambini non sarebbero testimoni attendibili. In realtà, il trucco sarebbe di evitare accuratamente le domande inducenti e le situazioni di pressione psicologica; ma secondo gli esempi portati da Giuliana Mazzoni queste situazioni scorrette, per colpa degli adulti – parenti, amici, inquirenti e gli stessi psicologi – sussistono tuttora nei processi.


Figuriamoci quale fu la situazione nel 1968-70 al tempo delle plurime, contrastanti testimonianze di Natalino Mele. La verità sembra irrecuperabile, se si pensa ai suggerimenti ai quali senz'altro fin dal primissimo momento il bambino dovette essere soggetto. Né è degno di fede il racconto di essere arrivato da solo, se si ritiene che il bambino sia stato invece accompagnato da un parente, quindi dotato di autorità, che lo abbia imbeccato in itinere; né deve per forza essere la verità quella che riferisce in sede di sopralluogo, potendo essere vista come la scappatoia utile (chi poteva venirgli in mente se non il padre? – che aveva nel frattempo confessato e non sappiamo se gli era stato detto) alla blanda minaccia, che a noi può far sorridere, del M.llo Ferrero.
Più complesso è il caso del tardivo racconto sullo zio Piero, in quanto non sono ben chiare le modalità in cui lo stesso sorge. Chiuso in istituto, Natalino parla infatti di "Salvatore tra le canne" per poi confessare che si trattava di un suggerimento ricevuto; e lo sostituisce, (ma quando?), con un racconto apparentemente spontaneo –ma che potrebbe essere indotto da domande ricevute – sullo "zio Piero", aggiungendovi nel corso degli interrogatori particolari che a mio parere sono frutto di confabulazione. La verbalizzazione dei primi due interrogatori è indiretta e non consente di giudicare se le domande fossero in realtà inducenti. Già il G.I. Rotella in sentenza notò però un grave salto logico nella sequenza: 1. Se avesse sentito sparare 2. Chi ci fosse con il padre, in quanto viene dato per scontato che il bambino abbia visto il padre e che questi non fosse solo. Anche il particolare di aver visto gettare la pistola in un fosso – che potrebbe essere ben importante – può invece riflettere una rielaborazione dei colloqui avuti con il padre nella notte successiva al delitto, poiché corrisponde in effetti alla prima versione confessoria fornita da Stefano Mele.


Per concludere con Natalino, dopo aver più volte detto di non ricordare nulla, nel corso di un sopralluogo nel 1985 riferì di essere stato chiamato da una voce amica tra le canne, di cui non fa il nome, ma che "suppone" essere il padre. Ammesso che si voglia credere alle sue ricorrenti amnesie (al processo del 94 dirà di essere scappato da solo in direzione di una lucina che dal luogo del delitto era assolutamente invisibile), è il caso di notare che la contestualità ambientale può in effetti favorire l'emersione di ricordi apparentemente dimenticati.

venerdì 9 maggio 2014

Delle testimonianze

Come sappiamo, la Storia dei delitti del Mostro di Firenze inizia nel 1968 con il racconto di un bambino di sei anni che riferisce della morte della mamma e dello zio; si complica e si ingarbuglia nel 1982 seguendo le farneticazioni del padre dello stesso bambino, giudicato oligofrenico; e si conclude, quanto meno dal punto di vista sostanziale, 22 anni dopo, con l'accettazione da parte dei giudici di Cassazione delle testimonianze di due soggetti anch'essi valutati di intelligenza inferiore, e non di poco, alla media. Tralascio i successivi processi in quanto le testimonianze problematiche ivi prodotte non sono state comunque valutate positivamente dai giudici.

In questo quadro, ritengo che lo storico non possa porsi, di fronte a tali testimonianze, nell'ottica del realismo ingenuo secondo il quale il testimone o dice tutta la verità e nient'altro che la verità o mente per qualche proprio interesse. Tra i due estremi del bianco e del nero vi sono numerose sfumature di grigio.

Nel seguito, ripropongo, adattandola al contesto di cui si parla, la trattazione svolta da Giuliana Mazzoni nei suoi testi Si può credere a un testimone? (Il Mulino) e Psicologia della testimonianza (Carocci), che approfondiscono particolarmente, anche se non ad un livello specialistico, le tematiche dei meccanismi secondo i quali funziona la memoria e della testimonianza giudiziaria dal punto di vista psicologico. 

Iniziamo dalla falsa confessione: nella storia delle indagini abbiamo due rei confessi, Stefano Mele per il duplice omicidio del 1968 e Giancarlo Lotti per i delitti del 1982, 83, 84,85; entrambi chiamanti in correità terzi che si proclamarono innocenti. Si ebbe in realtà un'ulteriore confessione, nel delitto del 1974, che fu però nell'immediatezza giudicata inattendibile, in quanto proveniente da un malato di mente già conclamato. Vi è la possibilità che nel caso dei primi due la confessione sia stata falsa?

La falsa confessione di aver commesso un crimine non è un fenomeno raro come si pensa. Alcuni utilizzano la falsa confessione come mezzo per diventare famosi o altra sorta di convenienza personale, ma mantengono la convinzione interiore di non aver commesso il fatto; altri interiorizzano la propria confessione e creano un falso ricordo. Nelle ricerche più recenti sono stati identificati tre tipi di false confessioni: quelle volontarie (per attirare l'attenzione, per proteggere una persona cara, per propria patologia mentale), quelle estorte a forza (anche non con la violenza, ma attraverso metodologie di interrogatorio non deontologicamente corrette) e quelle interiorizzate. In tale ultimo caso, il testimone riporta elementi e dettagli "confabulati" (in parole povere, inventati senza l'intenzione di mentire) che lo coinvolgono nel crimine.

Né Stefano Mele né Giancarlo Lotti confessarono spontaneamente, ma in quanto sottoposti a interrogatorio; vi sono degli indizi (Spezi, Filastò) che nel caso del primo furono forse utilizzati metodi "poco ortodossi", mentre per il secondo la tecnica inquisitoria fu senz'altro più sottile e moderna. Anche il secondo (ma a quanto sembra, cronologicamente, il primo) testimone del delitto di Scopeti, Fernando P., non si presentò volontariamente a testimoniare, ma fu individuato a mezzo intercettazioni telefoniche e interrogato a più di dieci anni dai fatti.

(Continua)

giovedì 8 maggio 2014

In nuce

Una provocazione: l'ipotesi "complottista" del depistaggio intorno al delitto di Signa deriva dalla "disperazione" di non poter collegare in maniera logica e credibile il primo delitto con i successivi. Allo stesso modo, l'ipotesi mandanti gaudenti /setta esoterica deriva dall'evidente carenza di "statura criminale" da parte dei Compagni di Merende.