lunedì 27 aprile 2015

Ulteriore riepilogo delle dichiarazioni di Stefano Mele riguardo al figlio

Campagna nei dintorni di Firenze; sullo sfondo, in alto a sinistra, Villa Castelletti


La mattina del 22 agosto, avvertito dai Carabinieri della morte della moglie, Stefano chiede notizie del figlio "ma con tale fare che lascia chiaramente intendere che ne conosce di già le sorti". Questo commento del brigadiere Matassino è ovviamente soggettivo e filtrato attraverso la lente della successiva indagine, che ha attribuito al Mele la paternità in esclusiva dell'omicidio. In questo momento, padre e figlio non si sono ancora rivisti e Natalino ha raccontato di essere andato da solo dall'auto del Lo Bianco fino alla casa dei De Felice.

In serata, Natalino viene affidato al padre e i due hanno agio di parlare, come racconta indignato Rotella: "Dopo il primo interrogatorio, gl'inquirenti non si avvedono di porre le premesse di un primo duplice inquinamento delle indagini. (…) Se Mele non avesse saputo alcunché dell'omicidio, ne avrebbe chiesto al figlio e sarebbe stato poi difficile stabilire quanto sapesse già di suo. All'opposto, supponendosi che egli ne sapesse fin troppo, avrebbe avuto tutto l'interesse ad ammaestrare Natalino. Quella notte, come si scoprirà durante l'istruzione, e come si riscontrerà a partire dal 1982, padre e figlio hanno parlato. Ed il primo ha ammaestrato il secondo". O viceversa, possiamo aggiungere noi.

Il giorno successivo, Mele confessa di aver ucciso la moglie e l'amante su istigazione di Salvatore Vinci e con l'arma fornitagli da quest'ultimo. Il bambino si sarebbe svegliato solo nel momento in cui il Mele sta riaggiustando i cadaveri e avrebbe chiamato <<Babbo!>>; al che il Mele sarebbe scappato; o forse si deve intendere che sia scappato Natalino, come si potrebbe intuire da questa nota di Rotella: "È da notare che nel verbale, f. 25 atti gen., subito dopo "Non aggiunse altra parola" e prima di "o se lo fece non ebbi modo di sentire", è cancellata, con 'x' sovrapposta, la frase "perché aprì lo sportello posteriore destro ed uscì dalla macchina". Si tratta probabilmente di una versione poi ritrattata o di un fraintendimento da parte del verbalizzante, stante le difficoltà logiche e linguistiche che, a quanto pare, sarebbero state palesate dal Mele in questi interrogatori.

Il 24 di pomeriggio, Mele sposta l'accusa su Francesco Vinci. La versione sul comportamento del figlio rimane però la medesima, con l'aggiunta che Francesco Vinci gli avrebbe detto di aver condotto il bambino a una casa di contadini. Nello stesso pomeriggio, però, il maresciallo Ferrero ripercorre il tragitto insieme a Natalino e lo porta ad ammettere: << No, quella notte mi portò il mio babbo a cavalluccio!>>. E' da notare che dopo la notte tra il 22 e il 23, Natalino non dovrebbe aver più rivisto il padre, che è in stato di fermo, non dovrebbe dunque sapere nulla dell'avvenuta confessione, a meno che al maresciallo non sia scappato detto qualcosa che egli non riporta a verbale. Quando, nell'interrogatorio delle 21.15, gli sarà contestata questa circostanza, Mele sarà pronto ad ammetterne la verità, dicendo però di averlo detto lui stesso ai carabinieri il giorno prima (ma nello stesso pomeriggio aveva invece sostenuto che fosse stato Francesco!). Anche qui possiamo essere di fronte a un'incomprensione di quanto andava asserendo l'accusato o a una palese bugia, mossa soltanto dal desiderio di adeguarsi all'inquisizione, un atteggiamento che il Mele dimostrerà fino al 1985 e oltre.  

Nel giro di due giorni, dunque, il Mele, pur ammettendo di essersi trovato sul posto, fornisce almeno tre versioni diverse riguardo al comportamento post delitto del figlio: 1. Di non saperne nulla, in quanto scappato dalla scena (o che ambedue sarebbero scappati, ma in direzioni diverse); 2. Che l'accompagnatore sarebbe stato Francesco Vinci in motorino (cosa impossibile, viste le difficoltà della strada); 3. Di avere accompagnato lui stesso il bambino. 

In un'investigazione seria, l'unica cosa sensata sarebbe stata rifare con Stefano l'esperimento fatto con Natalino per verificare la sua effettiva conoscenza dei luoghi; ma i carabinieri si adagiano sulla sua confessione. Il sopralluogo avrà luogo solo il 19 giugno 1985 (!). Ma già il 24 agosto 1968 il danno è irrimediabilmente fatto e quattro anni di indagini sulla pista sarda (1982-1986) non basteranno (comprensibilmente, considerato il tempo trascorso) a sciogliere il nodo cruciale della vicenda, il mistero della passeggiata notturna di Natalino Mele.

mercoledì 22 aprile 2015

I luoghi del Mostro (4)




Zona Firenze ovest – Valdarno: non vi avvengono omicidi.
E allora, se non ci sono omicidi, perché ne parliamo?

E' un fatto ben noto e ampiamente commentato che ad ovest della città (ma anche a nord, fino al Mugello) non avvengono omicidi. Il motivo però non risulta spiegato chiaramente: come sempre avviene in questo caso, il dato di fatto, in sé, rimane terribilmente ambiguo. In sostanza, non vi sono omicidi perché l'assassino risiede lì (ad esempio a Bagno a Ripoli, ipotesi Bruno) quindi intende allontanare le indagini dalla sua residenza? O non vi sono omicidi perché non risiede lì, quindi non conosce la zona e non vi si avventura? Questa seconda motivazione è molto debole, poiché per il resto colpisce in un arco che va da Vicchio a Calenzano – Montespertoli – Scandicci e difficilmente potrebbe essere stato residente volta per volta in tutte le zone. Inoltre, anche la strategia della posizione centrale, che sembrerebbe a prima vista la più naturale (si intende, con residenza a Firenze città), non si attaglia bene; perché in tanti anni non "segna" il territorio di Pontassieve, Rignano, Incisa e colpisce invece due volte nel Mugello (tre volte contando la spedizione della lettera alla Della Monica), tre volte in uno spazio ristretto tra Scandicci e San Casciano? Perché non si inoltra verso il Casentino? Pur non essendo pratico dei luoghi, dubito che, soprattutto fino al 1982, non si trovassero nella zona trascurata potenziali bersagli. Quanto all'uso dell'autostrada per i movimenti, i caselli di Firenze Sud e Incisa Valdarno non sembrano interessati; se l'assassino risiede a Firenze centro e vuole usare l'autostrada, il casello di Incisa è raggiungibile più velocemente di Barberino (circa 20 km invece che 40), senza contare che poi si dovrà inoltrare per altri 26 km nel Mugello. Anche a nord della città, la via Faentina e la via Bolognese verso il Mugello sono intatte, il che fa pensare che, per lo meno per gli spostamenti più lunghi, l'assassino si serva effettivamente dell'autostrada. Certo, una zona grosso modo equidistante dai due estremi sarebbe anche quella compresa tra i caselli di Firenze Nord e Calenzano (ossia nei dintorni di Prato – Campi Bisenzio); ma rimane pur sempre il lungo percorso, apparentemente immotivato, lungo il corso della Sieve. 

Non è una novità che, con l'eccezione di Calenzano, i delitti presentano due centri, uno a sud di Firenze, abbastanza vicino alla città, uno a nord, abbastanza lontano. Tra i personaggi sospetti, l'unico che può avere dimestichezza con tutte le zone (tralasciando Signa, dove comunque un labile aggancio sussiste nella persona di Miranda) è Pietro Pacciani. Tra le ricostruzioni geografiche dei movimenti dell'assassino che mi è capitato di leggere, quella di Valerio Scrivo mi sembra la più sensata e originale. Naturalmente, il profilo geografico è un'ipotesi; a me sembra più concreto dei fumosi profili psicologici che vennero stilati all'epoca: per lo meno, la rete viaria, le distanze, l'orografia del territorio sono fatti univoci e verificabili.

lunedì 20 aprile 2015

I luoghi del Mostro (3)



Mugello e Val di Sieve: vi avvengono due omicidi
(elenco redatto con la collaborazione di Ale, sommo Paccianista)

Ampinana (frazione di Vicchio): vi nacque Pietro Pacciani

Bovino: vi lavorò Pietro Pacciani dal 1965 al 1970 compreso; in un casolare, secondo la testimonianza Lotti, sarebbe stata nascosta la pistola dopo il delitto del 1984

Ca' Burraccia (fuori mappa, a nord di Firenzuola, quasi in provincia di Bologna): residenza di Giovanni Calamosca, vi fu arrestato Francesco Vinci il 15 agosto 1982

Dicomano (loc. Riconi): sede di una cooperativa agricola a breve distanza dalla Boschetta, oltre la Sieve

Molin del Piano (via della Ciancola): frazione di Pontassieve, residenza di Pasquale Gentilcore

Pesciola: frazione di Vicchio, residenza di Stefania Pettini

Pontassieve – Rufina – Dicomano - Vicchio: itinerario che, secondo la testimonianza Lotti, sarebbe stato seguito dai Compagni di Merende per recarsi dal piazzone di San Casciano (via Galluzzo - il Girone) al luogo del delitto del 1984; residenza di Giovanni Foggi

Ponte a Vicchio: presso la Casa del Prosciutto, sulla Sieve, si ristoravano Lotti e la Nicoletti

Rabatta: località tra Borgo San Lorenzo e Vicchio; omicidio del 1974

Rincine (Londa): residenza di Miranda Bugli che vi riceve una visita di Pietro Pacciani

Rostolena (Vicchio): vi abitava Severino Bonini, ucciso da Pietro Pacciani nel 1951

Sagginalese: strada secondaria da Borgo San Lorenzo a Ponte a Vicchio, una deviazione porta a Rabatta

San Pier Maggiore – San Martino a Scopeto – Bricciana: itinerario su sterrata campestre che, secondo la testimonianza Lotti, sarebbe stato seguito dai Compagni di Merende per fuggire dal luogo del delitto del 1984

Via Faentina e via Bolognese: itinerari che collegano Firenze nord con il Mugello (San Piero a Sieve, Borgo San Lorenzo), non vi avvengono delitti

Vicchio (centro): residenza di Pia Rontini e Claudio Stefanacci

Vicchio (la Boschetta, strada tra San Pier Maggiore e Bovino): omicidio del 1984

Vicchio (lago di Montelleri): luogo di un presunto agguato fallito nel 1978, ad opera di Pietro Pacciani

Villore (Tassinaia): frazione di Vicchio, Pacciani vi uccise Severino Bonini nel 1951

venerdì 17 aprile 2015

I luoghi del Mostro (2)



Zona FIRENZE Nord – Calenzano; vi ha luogo un duplice omicidio

Barberino di Mugello: casello autostradale; residenza di una compagna di Salvatore Vinci

 Briglia di Vaiano: residenza di Salvatore Vinci

Calenzano (Travalle): omicidio del 1981 (ottobre)

Calenzano (centro): residenza di Giovanni Faggi

Campi Bisenzio (via Pistoiese): vi arriva nella notte sul 22 agosto Natalino Mele

Carmignano: residenza di "Carlo" (A.V.) nel 1983

Firenze centro (via Cironi): residenza e luogo di lavoro di Salvatore Vinci

Legri: un'altra tra le molte residenze temporanee di Salvatore Vinci prima del suo stabilimento in Firenze, via Cironi.

Monte Morello: (falso) avvistamento delle vittime francesi datata 4 settembre 1985. Vi viene trovato un cerchio di pietre (!)

Monti della Calvana: frequentati dai pastori sardi per pastorizia e sequestri di persona negli anni Settanta - Ottanta

Poggio a Caiano (strada per Carmignano): il 29 settembre 1985 vi vengono ritrovate 32 cartucce Winchester Serie H

Prato: residenza di Salvatore Vinci; bar "dei sardi" in piazza Mercatale

Quarrata: ovile di Francesco Vinci

San Piero a Sieve: vi viene imbucata la lettera diretta al PM Della Monica contenente il lembo di seno di Nadine Mauriot

Scarperia: Piero Pacciani vi fa la conoscenza di Giovanni Faggi



lunedì 13 aprile 2015

I luoghi del Mostro (1)





Per riferimento dei neofiti, inserisco un elenco di luoghi inerenti la vicenda, su cartografia Touring degli anni Ottanta.

In questa puntata la zona a sud di Firenze. Sarò grato a chi mi segnalerà errori e omissioni.

 Zona Firenze Sud –Signa - San Casciano; vi hanno luogo cinque duplici omicidi.

Artimino: residenza di "Carlo" (A.V.)

Baccaiano (strada per Fornacette): duplice omicidio del 1982

Bargino: frazione di san Casciano, vi abitò Giancarlo Lotti

Calcinaia di Lastra a Signa: località dove si sarebbe esercitato al tiro a segno Francesco Vinci

Cascine del Riccio (a sud di Arcetri): luogo di un agguato fallito (ipotetico) nel 1982

Casellina: (località tra Scandicci e Lastra a Signa): vi abitava la famiglia di Stefano Mele prima del trasferimento a Lastra a Signa

Cerbaia: vi si tenne la festa dell'Unità dal 6 al 8 settembre 1985

Firenze Certosa: casello autostradale (anni Ottanta)

Firenze Signa: casello autostradale (anni ottanta)

Galluzzo (vicinanze): duplice omicidio del 1983 

Lastra a Signa: residenza di Stefano Mele nel 1968

Mercatale (Val di Pesa): residenza di Pietro Pacciani dal 1982

Mosciano (vicinanze): duplice omicidio del 1981 (giugno)

Montefiridolfi: luogo di lavoro di Mario Vanni; residenza di Pietro Pacciani dal 1973 al 1982

Montelupo Fiorentino: residenza di Francesco Vinci (San Miniatello) e del suo medico di famiglia, Dottor B. nel 1982; residenza di Miranda Bugli

Ortimino: vi è segnalata la presenza di Francesco Vinci in coincidenza con il duplice omicidio del 1982

Ponte Rotto: frazione di San Casciano, vi abitava Giancarlo Lotti negli anni Ottanta.

Romola: residenza principale della famiglia Locci (forse vi abitò Giancarlo Lotti, ma il dato non è certo)

Roveta: luogo prediletto dai guardoni di Scandicci e dintorni, che si riunivano alla Taverna del Diavolo

Sambuca Val di Pesa: residenza di Renato Malatesta, suicida (?), e Maria Antonia Sperduto, presunta amante di Vanni e Pacciani

San Casciano in Val di Pesa (capoluogo): residenza di Francesco Calamandrei, imputato e assolto come mandante di alcuni delitti; residenza di Mario Vanni  e altri; luogo di un agguato fallito (ipotetico) nel 1986

San Casciano Nord: uscita superstrada Firenze - Siena

Sant'Andrea in Percussina (vicinanze): duplice omicidio del 1985

San Martino alla Palma: residenza di Miranda Bugli (nel 1960)

San Pancrazio: luogo di lavoro di Paolo Mainardi. Forse collegata al medico di Perugia.

Signa (centro): ultimo spettacolo per Barbara Locci.

Signa Castelletti (bivio per Comeana): duplice omicidio del 1968

Tavarnelle (Val di Pesa): presunto agguato fallito agosto 1984

Turbone: residenza di Enzo Spalletti, incriminato per il duplice omicidio del 1981

Via Volterrana: provinciale che attraversa i comuni di Firenze, Scandicci, San Casciano e Montespertoli, a breve distanza dai luoghi dei duplici omicidi.

sabato 11 aprile 2015

Intercettazioni


Il primo dei due ponti che Natalino incontrò lungo la sua passeggiata notturna

Traggo dalla ben nota sentenza-ordinanza del G.I. Rotella (dicembre 1989)


"Sulla stessa linea (telefonica) di Antonietta (Mele), sarà il 21 agosto del 1982, la sorella Teresa Mele, che abita a Piombino con marito e figli.

 Riferisce che suo fratello Stefano, presso il quale erano accorsi lei, suo marito Marcello Chiaramonti, ed il cognato, marito di Antonietta, Piero Mucciarini, la mattina di due giorni dopo il delitto, e cioè del giorno in cui egli avrebbe confessato (23 agosto 1968), le aveva detto di essere innocente e che tuttavia sarebbe finito alle Murate. In seguito, durante le visite in carcere, le aveva ripetuto la professione d'innocenza e manifestato rassegnazione, senza spiegare il perché. In altra occasione alle Murate, un detenuto le aveva detto: "Io so che non è stato lui, povero tonto!" 

La stessa mattina, in cui aveva parlato con il fratello ancora libero, riceveva in custodia il nipote Natalino, al quale chiedeva di riferirle che cosa ricordasse di quella notte e Natalino le aveva risposto che stava dormendo, che ricordava un'ombra che gli diceva di camminare e che l'aveva portato a suonare ad una porta."

Se questo è vero (è un'intercettazione di un dialogo telefonico tra le sorelle Mele, non una testimonianza), Natalino Mele, prima del ben noto esperimento giudiziario condotto dal Mar.llo Ferrero, asserì di essere stato guidato da "un'ombra" alla casa di De Felice; e saremmo al 23 agosto, data della prima confessione e conseguente fermo del Mele. Senonché il 24 agosto 1968, pomeriggio, Natalino, blandamente pressato dal maresciallo, ricorda non un'ombra, bensì il padre. Sembra molto improbabile che un ricordo confuso di "un'ombra" si materializzi il giorno successivo con assoluta precisione nel padre che lo porta a cavalluccio fino al ponticino ecc.; il percorso dal ricordo all'indeterminatezza dovrebbe andare in senso opposto.

Naturalmente, Teresa Mele può, dopo 14 anni, confondere le date e le parole. Sta di fatto che la testimonianza è quanto meno in buona fede, in quanto rivolta ad una parente e non interessata e neppure influenzata dai successivi sviluppi della vicenda. Ne risulterebbe che il bambino sapeva di essere stato accompagnato da qualcuno (e molto probabilmente dal padre), ma non voleva dirlo, neppure alla zia. Molto probabilmente, gli era stato detto di non dirlo (illazione mia, si capisce). Però tutto ciò è difficilmente inquadrabile nello scenario di Natalino che si sveglia, vede i cadaveri, si avvia da solo verso la lucina che non può vedere.

Attendo commenti e chiarimenti da Paccianisti e altri Antisardisti.

martedì 7 aprile 2015

Delitto di Scopeti (2)


Ho parlato già molto dei ricordi falsi (o meglio, in questo caso, imprecisi) e non occorre ripetersi; vi è però qui un aggancio concreto ad un fatto databile con esattezza. Il Fantoni è un teste "nuovo", non sentito prima; ma precisa di ricordarsi della coppia per averne visto la foto sui giornali "il giorno dopo" averli serviti a tavola. Questo è materialmente impossibile: le foto furono pubblicate sui quotidiani di martedì 10 settembre, al massimo quindi il teste poté vederne le fotografie due giorni dopo la cena. Ma forse il problema è solo dovuto ad un'espressione poco felice del linguaggio parlato. Volendo essere pedanti, ci si può chiedere di quanti giorni possa aver sbagliato il Fantoni, visto che ha sbagliato senz'altro di almeno un giorno; ossia, la cena di cui ha ricordo il teste poteva risalire al sabato – o addirittura al venerdì? 

Nella stessa udienza, dopo l'esame di un teste che non ricorda nulla, si introduce il teste Angelo Cantini, il quale "lavorava alle griglie, faceva cocere la carne".

Il Cantini era già stato sentito all'epoca del fatto dai carabinieri di San Casciano e qualche anno dopo dalla DIGOS, dicendo di aver riconosciuto "sulle fotografie" i ragazzi uccisi, i quali erano stati a mangiare alla Festa dell'Unità il venerdì sera e che i due parlavano francese. Poiché, comprensibilmente, il teste ricorda poco o nulla, si richiama al verbale firmato il 17 settembre 1985, nel quale, secondo la lettura che ne fa il PM in aula, disse: "Non so cosa abbiano mangiato o bevuto. Ho visto scendere dall'auto e hanno ottenuto cibo, ma non so cosa abbiano mangiato né bevuto in quanto a servire non ero io". Però poi dice: "I due parlavano francese". E poi dice: "Non posso affermare che i due giovani da me notati fossero gli stessi che sono stati poi uccisi, cosiddetti dal mostro. Ho visto le fotografie apparse sul giornale e mi è sembrato di riconoscere non con certezza i due che erano venuti a mangiare alla Festa de L'Unità. La differenza è che la donna da me notata aveva i capelli più lunghi di quelli della donna raffigurata sul giornale". 

La collocazione della cena la sera del venerdì si accorda bene con quello che sappiamo del viaggio dei francesi e il particolare dei capelli più lunghi della donna dà un tocco ulteriore di verità alla testimonianza. Naturalmente, che le vittime abbiano mangiato a Cerbaia il venerdì sera non implica, di per sé, che quella sia stata la loro ultima cena. L'avvocato Filastò in aula recepisce solo parzialmente lo spunto inaspettato; all'epoca, non essendovi ancora stata la consulenza Introna, non si pensava al venerdì come possibile data del delitto; ne trovo solo un accenno nel Rapporto Torrisi: <<né peraltro è da scartare la possibilità, salvo concreti elementi di riscontro, che la morte dei due francesi risalga alla notte sul 7 settembre (si intenda, la notte tra venerdì e sabato)>>. 

Questi due testi, che pure non concordano precisamente sulla data, non sono, a mio avviso, trascurabili. Ambedue hanno parlato con una coppia di francesi. La testimonianza del Fantoni coincide con il risultato autoptico (resti indigeriti di pasta e carne); la testimonianza del Cantini dà conto dei capelli più lunghi della donna rispetto alla fotografia. E' ben difficile che in zona in quel weekend girassero due coppie francesi fisicamente simili. Sulla data, uno dei due sbaglia; o anche entrambi o nessuno dei due. Che a quella festa fosse presente, per sua stessa ammissione, un ben noto personaggio è un'ulteriore, inquietante coincidenza.

sabato 4 aprile 2015

Delitto di Scopeti (1)


L'udienza del 19 dicembre 1997 al processo dei "Compagni di merende" è in parte sfortunata per il bravo avvocato Filastò. Dopo aver ripetutamente sbagliato le date dei giornali che riportavano la notizia dell'arresto di Francesco Vinci e l'inizio della "pista sarda", e successivamente all'escussione dei testi su Baccaiano, l'avvocato chiama a testimoniare il personale che avrebbe servito i francesi alla Festa dell'Unità di Cerbaia proprio la sera, presumibilmente, dell'omicidio.

Il primo è Marcello Fantoni, ma l'inizio della sua deposizione non è privo di problemi.

Avvocato Filastò: Qui mi fa presente il Pubblico Ministero che posso aver sbagliato a citare un Fantoni per un altro.
P.M.: No, c'è un Fantoni Marcello sentito sia dal P.M. che dalla P.G., che è al processo Pacciani.
Avvocato Filastò: Probabilmente io... Sempre sulla circostanza della festa di Cerbaia?
P.M.: Bravo.
Avvocato Filastò: E allora... va beh. Ho sbagliato Fantoni. Lei si chiama di nome?
Marcello Fantoni: Fantoni Marcello.
Avvocato Filastò: Anche lei.
Marcello Fantoni: Certo.
Avvocato Filastò: Anche lei. Ma ce n'è due di Fantoni Marcello, allora. 

Invece, il Fantoni chiamato in tribunale è quello giusto, l'altro era il meccanico di Mercatale che Pietro Pacciani aveva chiamato a conferma del suo alibi per la domenica 8 settembre (udienza del 30 maggio 1994), ma che nel processo di primo grado lo aveva clamorosamente smentito. Chiarito l'equivoco, si viene al sodo, ossia al problema di quando, in quale sera della settimana, le vittime francesi si sarebbero recate a mangiare alla festa dell'Unità, che durava tre giorni, dal venerdì alla domenica.

Avvocato Filastò: Lei svolgeva qualche ruolo alla Festa de L'Unità di Cerbaia?
Marcello Fantoni: Sì, servivo i pasti della Festa all'interno. (…)
Avvocato Filastò: Lei ebbe occasione di vedere a questa festa, a questo ristorante una coppia, fra quella coppia di ragazzi francesi che poi vennero uccisi?
Marcello Fantoni: Certo. Li ho serviti pure a tavola.
Avvocato Filastò: Ah, sì?
Marcello Fantoni: Sì.
Avvocato Filastò: È sicuro di questo? Li ha riconosciuti come?
Marcello Fantoni: Certo, li ho riconosciuti il giorno dopo che li ho visti sui giornali.
Avvocato Filastò: E vennero a mangiare lì, loro.
Marcello Fantoni: Sì.
Avvocato Filastò: Io vorrei sapere una cosa, lei dovrebbe fare uno sforzo per ricordarsi questa circostanza. Se se la ricorda lo dice, se non se lo rammenta... Io vorrei sapere se il giorno che lei li ha serviti...
Marcello Fantoni: Sì, sì.
Avvocato Filastò: ... era sabato o domenica.
Marcello Fantoni: Cioè, il sabato sera o la domenica sera?
Avvocato Filastò: Sì. Se lo ricorda?
Marcello Fantoni: Io sinceramente... mi sembra la domenica.
Avvocato Filastò: Le sembra la domenica?
Marcello Fantoni: Mi sembra la domenica. Però,... dovessi insistere e appropriare su una data come su altre... su un orario, come si fa? Mi sembra la domenica però...
Avvocato Filastò: Lei ci ha ripensato dopo?
Marcello Fantoni: Cioè, c'ho ripensato a questa cosa, all'accaduto?
Avvocato Filastò: Sì. A questa... all'aver visto questi giovani...
Marcello Fantoni: Cioè, non capisco come vuol dire, se c'ho ripensato...
Avvocato Filastò: Beh, voglio dire, lei apprende che questi ragazzi son stati ammazzati in una situazione... Lei li riconosce in fotografia...
Marcello Fantoni: Certo. Li riconosco il giorno dopo sul giornale, sì, appunto. Cioè, mi venne spontaneo di dire: 'porca miseria, questi l'ho serviti ieri sera a tavola io'.
Avvocato Filastò: Ho capito. Si ricorda cosa mangiarono?
Marcello Fantoni: Io mi ricordo che... per secondo non me lo ricordo, ma il classico: pappardelle alla lepre, questo me lo ricordo bene. (…)
Avvocato Filastò: Lei ci parlò con questa coppia?
Marcello Fantoni: Sì, un attimino. Perché a mala pena parlo un attimo di francese e gli chiesi semplicemente se gli piacquero questo...
Avvocato Filastò: Gli erano piaciute queste pappardelle?
Marcello Fantoni: Sì, gli piacquero. Poi, nulla di particolare. Non mi misi a chiedergli poi tante cose, ecco. 

Avvocato Filastò: Io non ho altre domande. Comunque sul sabato e la domenica lei non è certo, insomma?  Marcello Fantoni: Mah, come ripeto, mi sembra la domenica. Io...
P.M.:
Questi li ho serviti a tavola io ieri sera. Non vedo perché si debba di' che un è certo.  Avvocato Filastò: Va beh, perché ieri sera dovrebbe essere ieri l'altro sera...
P.M.: E allora se si sentano e poi un ci va bene...
Avvocato Filastò: No, a me un mi va... Che c'entra un mi va bene? Io ho chiesto se è sicuro e ha detto quello che ha risposto. Basta.
P.M.: Ha detto di sì... (…) Abbiamo sempre sostenuto questo, quindi... l'ha sempre detto.

In realtà il Marcello Fantoni II, insieme ad altri quattro testimoni era già stato reperito dal pool difensivo di Pacciani in occasione del processo di appello, nell'intento di contrastare la testimonianza Nesi; ma in quel processo il dibattito non venne riaperto (si veda La Nazione del 30 gennaio 1996 e anche il volume di Carmelo Lavorino "Scene del crimine" pag. 39).
(SEGUE)

giovedì 2 aprile 2015

Spigolature (2)


In una sola intervista, il Dott. Grassi, dirigente della Criminalpol fiorentina, dà quattro suggerimenti che verranno raccolti, in parte dall'assassino, in parte dagli inquirenti:

Ma è certo che si tratti di una sola persona? O potrebbero essere in due o tre?
Mi riesce difficile immaginare che un omicidio del genere con il rituale delle mutilazioni e tutto il resto, possa essere opera di più persone. No, io credo che il mostro sia uno solo.

Si è parlato di sfida, per quest'ultimo delitto. Il mostro che sfida le forze dell'ordine.
Non mi sembra. La sfida si sarebbe manifestata con uno scritto o una telefonata sullo stile dello squartatore di Londra. Credo invece che questo assassino risolva tutto a livello individuale.

Cosa pensa della possibilità di mettere una taglia?
Penseremo anche a questa ipotesi. Non sempre la taglia ha dato risultati positivi.

Le indagini ripartono da zero?
Si, non si può che ripartire da zero. Abbiamo già in mente qualcosa, per ovvi motivi non posso dirle di cosa si tratta.

Intervista raccolta da Francesco Matteini e pubblicata su La Città del 1 agosto 1984, due giorni dopo il duplice omicidio di Vicchio; ripubblicata sulla benemerita Insufficienza di Prove.

Nota: l'ultima frase è probabilmente un riferimento alla successiva creazione della S.A.M.